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Tra gli animali che continuano a mettere in difficoltà chi studia l’evoluzione dell’intelligenza, i polpi occupano un posto tutto loro, e una particolarità molecolare individuata nelle specie considerate più intelligenti potrebbe aiutare a spiegare come il loro cervello arrivi a crescere fino a cento volte nel corso della vita. Un salto che, messo accanto a quello del cervello umano, che nell’arco dell’esistenza si limita a quadruplicare, dà subito l’idea delle proporzioni in gioco.
Cento volte non è un numero che si incontra spesso quando si parla di sviluppo del sistema nervoso. Nella maggior parte dei vertebrati la crescita cerebrale segue traiettorie relativamente contenute, con una fase iniziale intensa e poi un progressivo assestamento. Nei polpi il discorso cambia registro, perché il tessuto nervoso continua ad aumentare in modo massiccio, seguendo il ritmo di un corpo che a sua volta si trasforma parecchio.
Un cervello che cresce cento volte
La differenza rispetto al cervello umano non è soltanto quantitativa. Un organo che si moltiplica per cento ha bisogno di meccanismi capaci di sostenere quella corsa senza perdere per strada la funzionalità, perché nel frattempo l’animale deve continuare a muoversi, cacciare, riconoscere, imparare. Ed è proprio qui che entra in scena la particolarità molecolare osservata nelle specie più abili dal punto di vista cognitivo, un dettaglio nel funzionamento interno delle cellule che sembra accompagnare, e forse rendere possibile, questa espansione fuori scala.
Il paragone con la nostra specie resta il modo più immediato per capire la portata del fenomeno. Il cervello di una persona, dalla nascita all’età adulta, aumenta di circa quattro volte. È un processo lungo, delicato, che occupa buona parte dell’infanzia e dell’adolescenza. Nei polpi lo stesso tipo di crescita viene compresso in una vita che, per questi animali, è notoriamente breve. Non c’è tempo per una maturazione dilatata, e questo rende ancora più interessante capire quali strumenti biologici permettano un simile ritmo.
Perché i polpi restano un caso a parte
Da anni i polpi vengono citati come esempio di intelligenza sviluppata lungo un percorso evolutivo completamente diverso dal nostro. Nessuna colonna vertebrale, un sistema nervoso distribuito in modo insolito, comportamenti che ricordano da vicino quelli di animali molto più vicini a noi. La scoperta di una particolarità molecolare legata alla crescita del cervello aggiunge un pezzo a questo quadro, e lo fa partendo dal livello più piccolo, quello delle molecole che regolano l’attività delle cellule nervose.
Il fatto che la caratteristica emerga con maggiore evidenza nelle specie considerate più intelligenti è l’aspetto che colpisce di più. Suggerisce un legame tra il modo in cui il tessuto nervoso si espande e le capacità cognitive che ne derivano, una relazione che nei vertebrati viene studiata da decenni e che nei cefalopodi resta ancora in buona parte da chiarire.
Resta il dato di partenza, quello che meglio riassume la distanza tra i due mondi. Cento volte contro quattro. Da un lato un organo che si moltiplica in maniera esplosiva, sostenuto da un assetto molecolare tutto suo, dall’altro il cervello umano, che segue una strada più lenta e conservativa. Due soluzioni diverse allo stesso problema, arrivare a un sistema nervoso capace di elaborare il mondo, costruite lungo rami evolutivi che si sono separati centinaia di milioni di anni fa e che continuano a offrire punti di confronto sorprendenti.








