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I ricavi di PlayStation legati al digitale hanno vissuto un decennio di crescita che definire vertiginosa è quasi riduttivo, con un balzo del 360% per quanto riguarda giochi completi e contenuti aggiuntivi come microtransazioni e DLC. A mettere insieme i numeri è stato Daniel Ahmad, analista di mercato e direttore della ricerca presso Niko Partners, che su X ha voluto spiegare il peso reale delle copie fisiche e digitali negli incassi di Sony e, soprattutto, provare a capire perché l’azienda ha deciso di fermare la produzione di dischi a partire dal 2028.
I dati parlano chiaro. Negli ultimi dieci anni PlayStation Plus è cresciuto del 303%, mentre le vendite digitali hanno segnato quel +360% che fa girare la testa. Nel frattempo il formato fisico ha perso terreno, con un calo del 33% del fatturato generato. Tradotto in parole povere, il digitale è diventato il vero motore che tiene in piedi l’intero ecosistema.
Il fisico perde terreno ma non è ancora sparito
C’è però una precisazione importante che Ahmad tiene a sottolineare. Sony contabilizza l’intero ricavo del PlayStation Store, mentre per il fisico registra solo la quota delle royalty. Quindi il confronto, va detto, non è perfettamente simmetrico. La tendenza resta comunque lampante. Eppure i dischi non sono ancora carta straccia, tutt’altro. Nel FY25 sono state vendute 70 milioni di copie fisiche, un numero che pesa e che dimostra come una fetta consistente di pubblico continui a preferire il supporto tangibile.
Ed è proprio qui che nasce il dubbio. Chiudere il mercato fisico già nel 2028 sembra una mossa quasi affrettata. La spiegazione che avanza l’analista è interessante. Sony potrebbe voler tagliare i costi e preparare il terreno per una futura PS6 dal prezzo importante, oltre 900 euro, pensata per utenti altospendenti già completamente immersi nell’ecosistema digitale.
Un settore che ha cambiato pelle
Il quadro generale, secondo Ahmad, è quello di un’industria profondamente trasformata. Il digitale è ormai il modo principale con cui i giocatori PlayStation comprano e possiedono i loro titoli. Le grandi produzioni si muovono sempre più verso modelli live-service o free-to-play, dove le microtransazioni e i contenuti aggiuntivi generano incassi superiori rispetto alla vendita dei classici giochi premium. In parallelo, PlayStation Plus ha macinato numeri, con la maggior parte degli abbonati passata ai piani superiori e con librerie digitali sempre più ricche e radicate nel mondo Sony.
Non è un caso isolato, tra l’altro. Anche il publisher di GTA 6 ha approvato la scelta di abbandonare i dischi, dato che ben il 90% del suo giro d’affari arriva ormai dal digitale. Dal lato dei giocatori il vantaggio è evidente. Il digitale viene percepito come più comodo e immediato, niente più dischi da inserire o custodie da conservare. Ahmad però mette il dito nella piaga su un punto che spesso viene ignorato. Questa transizione non cancella affatto la necessità di migliorare i diritti legati ai contenuti digitali, come i rimborsi, la possibilità di regalare i giochi e la condivisione con altri utenti. Aspetti che, al momento, restano ancora indietro rispetto a quello che offriva il buon vecchio disco.











