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Il PlayStation Blackout non si è fermato il 30 agosto come previsto, e adesso la protesta ha preso una direzione ben più radicale. L’iniziativa era partita domenica 23 con una richiesta semplice, quasi simbolica: lasciare spente PS4 e PS5 per sette giorni. Poi, a distanza di ventiquattro ore dall’inizio, chi guida la mobilitazione ha cambiato le carte in tavola e ha invitato tutti a proseguire senza una data di scadenza, tenendo le console spente a tempo indeterminato.
L’appello arriva da Does it play?, la realtà che da tempo si occupa di preservazione dei videogiochi e che è diventata il volto principale di questa contestazione. Il messaggio diffuso sui social è stato piuttosto diretto: la finestra tra il 23 e il 30 agosto va considerata come un requisito minimo, un modo per abbassare la soglia d’ingresso e permettere a più persone di partecipare. Ma l’incoraggiamento vero è un altro, cioè andare avanti fino a quando Sony non cambierà rotta. Testuali parole, tradotte: piede sull’acceleratore, altrimenti non si arriva da nessuna parte.
Perché il PlayStation Blackout è nato
Alla base di tutto c’è una scelta industriale che non è piaciuta a una fetta consistente di giocatori, ovvero l’orientamento di Sony verso un futuro in cui i nuovi titoli PlayStation verranno distribuiti solamente in formato digitale. Niente più dischi, niente più scatole sugli scaffali, niente più possibilità di rivendere o prestare una copia fisica. Per chi colleziona, per chi si occupa di conservazione, per chi semplicemente preferisce avere qualcosa di tangibile in mano, il cambiamento pesa. E la reazione, in questo caso, ha preso la forma di un boicottaggio silenzioso: nessun acquisto, nessuna sessione di gioco, console staccata dalla corrente.
Il meccanismo del blackout è interessante proprio perché non richiede nulla di complicato. Non serve firmare petizioni, non serve organizzare cortei. Basta non accendere la PS5. È una protesta a costo zero per chi la porta avanti, ma che sulla carta può incidere sui numeri che contano davvero per un’azienda, cioè ore di utilizzo, spesa media per utente, engagement sui servizi online. Quanto realmente possa mordere resta un’altra questione, considerando la dimensione della base installata di Sony a livello globale.
Il tempismo pesa più della protesta stessa
Il dettaglio che rende la vicenda più delicata è il calendario. Il PlayStation Blackout si estende in un periodo che per il mercato videoludico è tra i più caldi dell’anno. Settembre porta con sé una raffica di uscite molto attese, e l’elenco parla da solo: The Blood of Dawnwalker, Onimusha Way of the Sword, Marvel’s Wolverine, Control Resonant, Silent Hill Townfall e FC27. Roba pesante, con almeno un paio di nomi capaci di muovere da soli milioni di copie.
E poi c’è novembre, con l’arrivo previsto di GTA 6, che è probabilmente il singolo evento commerciale più grande che l’industria si trovi ad affrontare in questo ciclo di console. Un boicottaggio che si trascina fino a quel momento avrebbe un peso simbolico diverso, perché chiederebbe ai partecipanti di rinunciare non a un mese qualsiasi ma alla stagione più densa di novità.
Qui sta la vera incognita della mobilitazione: la tenuta. Spegnere la console per una settimana d’agosto è una cosa, farlo mentre escono i titoli che si aspettavano da anni è un’altra. Does it play? ha comunque scelto di alzare la posta, spostando l’obiettivo da una scadenza fissa a una condizione: la protesta finisce quando finisce la strategia solo digitale di Sony. Il conteggio dei giorni, per ora, continua.










