Piracy Shield continua a far incassare vittorie ad Agcom sul fronte legale. Il TAR del Lazio ha infatti respinto i ricorsi presentati da Cloudflare contro la piattaforma antipirateria e contro la sanzione da oltre 14 milioni di euro che l’Autorità aveva inflitto alla società americana. A dare la notizia su LinkedIn è stato Massimiliano Capitanio, commissario dell’Autorità, che ha citato la sentenza numero 13201/2026. Trattandosi di una decisione di primo grado, la partita non è chiusa: resta la possibilità di impugnarla davanti al Consiglio di Stato.
La sanzione nasce dal mancato rispetto di un ordine emesso da Agcom nel febbraio 2025. In quell’occasione l’Autorità aveva chiesto a Cloudflare di bloccare l’accesso ai domini e agli indirizzi IP segnalati tramite Piracy Shield, intervenendo sulla risoluzione DNS e sull’instradamento del traffico, oppure adottando misure alternative capaci di ottenere lo stesso effetto. Il problema, secondo Agcom, è che quelle risorse sono rimaste raggiungibili anche nei mesi successivi attraverso i DNS pubblici di Cloudflare. La multa è stata calcolata applicando l’1% al fatturato globale dell’azienda.
Gli ordini valgono anche fuori dall’Italia
Uno dei punti chiave riguarda proprio la giurisdizione. Il TAR ha confermato che gli ordini di Agcom possono essere rivolti anche agli operatori con sede fuori dai confini nazionali. Quello che conta, secondo i giudici, è il luogo in cui si producono gli effetti dell’illecito. Nel caso di contenuti trasmessi illegalmente e destinati agli utenti italiani, l’Autorità può quindi muoversi anche contro fornitori residenti e localizzati ovunque nel mondo.
La sentenza ha respinto pure i dubbi sollevati da Cloudflare sulla compatibilità della legge 93/2023 con la Costituzione e con le norme europee. Per il tribunale il sistema garantisce un bilanciamento adeguato tra la tutela del diritto d’autore e gli altri diritti in gioco, anche grazie alle whitelist e alla possibilità di presentare reclamo contro i blocchi ritenuti sbagliati.
E qui arriva un dettaglio che ha pesato parecchio. Cloudflare non si era mai accreditata alla piattaforma e non aveva presentato reclami contro i singoli oscuramenti. Il giudice ha così parlato di una vera e propria intenzionale inottemperanza, escludendo che la società potesse poi lamentarsi della mancanza di garanzie che aveva scelto lei stessa di non usare.
La battaglia sui numeri della multa
Nel ricorso, Cloudflare sosteneva che Piracy Shield rischia di bloccare siti e servizi del tutto legittimi, soprattutto quando più risorse condividono lo stesso indirizzo IP. Ma la contestazione più forte riguardava il calcolo della multa sul fatturato globale. Secondo l’azienda, prendendo come riferimento solo i ricavi ottenuti in Italia, l’importo si sarebbe dovuto fermare intorno ai 140.000 euro. Una differenza enorme rispetto ai 14 milioni contestati.
Il TAR però l’ha vista diversamente e ha giudicato proporzionato l’importo stabilito da Agcom, tenendo conto delle dimensioni di Cloudflare e di un fatturato globale superiore a 1,4 miliardi di euro nell’esercizio usato per il calcolo. La normativa consente all’Autorità di arrivare fino al 2% del fatturato nei casi di mancato rispetto degli ordini sul diritto d’autore. Agcom si è fermata alla metà, all’1%, considerando anche il fatto che la società non aveva precedenti contestazioni dello stesso tipo a suo carico.