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Phobos, il Giappone tenta l’impresa: missione MMX al via nel 2026

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Il Giappone si prepara a tentare qualcosa che nessuno ha mai portato a termine, e il bersaglio non è Marte in senso stretto ma Phobos, la più grande delle sue due piccole lune. L’idea, per quanto suoni ambiziosa, è semplice da spiegare: scendere su quel sasso irregolare che orbita attorno al pianeta rosso, raccogliere un pugno di terreno e riportarlo a casa. La missione si chiama MMX, sigla di Martian Moons eXploration, ed è firmata JAXA, l’agenzia spaziale giapponese.

Il motivo per cui vale la pena spendere anni di lavoro e una finestra di lancio è tutto in una domanda rimasta senza risposta: nessuno sa con certezza da dove arrivino Phobos e Deimos. Sono corpi catturati in un passato remoto oppure hanno una parentela diretta con Marte? Un campione vero, analizzato nei laboratori terrestri con strumenti che non si possono spedire nello spazio, potrebbe chiudere la questione una volta per tutte. È il genere di risposta che nessuna fotografia o misura a distanza riesce a dare.

Un lancio fissato per il 20 ottobre 2026

La partenza è prevista dal centro spaziale di Tanegashima il 20 ottobre 2026, con un viaggio verso il sistema marziano che dovrebbe durare circa un anno. Il rientro dei campioni sulla Terra, invece, è messo in calendario per il 2031, quindi si parla di una missione lunga, con tempi che vanno ben oltre la semplice fase di lancio e arrivo. L’obiettivo dichiarato è portare indietro almeno 10 grammi di materiale prelevato dalla superficie di Phobos. Sembra poco, e in effetti lo è in termini di peso, ma per la scienza planetaria una quantità del genere è oro colato.

Il Giappone, del resto, su questo terreno ha già dimostrato di saperci fare. Le missioni Hayabusa hanno costruito una competenza che pochi al mondo possono rivendicare, quella del prelievo di campioni da corpi minori e del loro ritorno a Terra. Non è un salto nel vuoto, quindi, ma la prosecuzione di un percorso già collaudato, applicato però a uno scenario che presenta difficoltà tutte sue.

Il problema della gravità quasi assente

La parte davvero delicata non è arrivare in prossimità di Marte, ma toccare Phobos. Quella luna ha un raggio di appena 11 chilometri e una gravità talmente debole che le regole a cui siamo abituati smettono di valere. Le tecniche classiche usate per atterrare sulla Luna non funzionano, perché presuppongono una forza di attrazione che qui semplicemente non c’è. E il metodo sperimentato dalla JAXA sull’asteroide Ryugu, quello del contatto rapido con successiva risalita, richiederebbe una quantità di carburante insostenibile per un corpo di queste dimensioni e con questa dinamica orbitale.

Serve quindi una strategia intermedia, pensata su misura per un ambiente che sta a metà tra un satellite naturale e un asteroide. È proprio questo aspetto a rendere MMX una missione senza precedenti: nessuno ha mai posato hardware su una luna di Marte, e nessuno ha mai provato a riportarne indietro un frammento. Le manovre di avvicinamento dovranno tenere conto di un campo gravitazionale minimo, di una superficie di cui si conoscono solo i tratti generali e di un margine di errore ridottissimo. Se tutto andrà come previsto, entro il 2031 sui banconi dei laboratori arriveranno i primi grammi di Phobos mai toccati da mani umane, materiale che finora esisteva solo nelle immagini scattate dalle sonde in orbita attorno al pianeta rosso.

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