I rincari decisi da Apple raccontano molto più di quanto sembri sui prezzi della RAM, e il messaggio che arriva non piacerà a chi sperava di aggiornare il proprio computer spendendo poco. Quando una realtà del genere alza i listini citando il costo della memoria, la faccenda smette di riguardare soltanto chi compra un MacBook. Tocca da vicino chiunque stia valutando un upgrade del proprio PC, perché tra le righe c’è un avvertimento chiaro: la memoria non tornerà a buon mercato tanto in fretta. E stavolta, rispetto ad altri cicli di rincari visti in passato, ci sono motivi concreti per crederci.
Apple ha ritoccato verso l’alto i prezzi di Mac e iPad in maniera tutt’altro che simbolica. Il MacBook Air base è passato da circa 1.020 a 1.200 euro, il MacBook Pro adesso parte da circa 1.850 euro contro i 1.570 di prima, e perfino l’iPad Air base è salito da circa 555 a 695 euro. La spiegazione ufficiale punta il dito proprio sul costo della memoria DRAM.
Perché il segnale di Apple pesa così tanto
Qui sta il punto interessante. Apple non è un attore qualsiasi sul mercato dei componenti. Ordina volumi enormi, tratta direttamente con colossi come Micron, Samsung e SK Hynix e ha le spalle larghe per attingere alle scorte già accumulate, ammortizzando così i rincari nel breve periodo. Cosa che, con tutta probabilità, ha fatto fino ad oggi. Se persino una macchina del genere ha deciso di non riuscire più a tenere a bada questi costi, allora la situazione è davvero seria.
Il nodo è semplice da capire. I produttori di RAM hanno clienti molto più ricchi dei comuni consumatori: i data center per l’intelligenza artificiale. Google, Microsoft, Amazon e Oracle stanno riversando centinaia di miliardi di dollari nelle infrastrutture per l’AI, e ogni cluster di GPU si porta dietro quantità mostruose di memoria HBM e DRAM. Tirare su nuove fabbriche richiede anni, quindi l’offerta non può crescere con la rapidità che servirebbe.
Una crisi destinata a durare
Micron ha già messo le mani avanti, prevedendo che la carenza di memoria si protragga almeno fino al 2028. Non è un particolare da archiviare in fretta: chi aspetta tempi migliori prima di mettere mano al portafoglio rischia di restare a bocca asciutta per un bel po’, come emerso anche dalle previsioni che spingono lo sguardo fino al 2030.
C’è chi obietterà che i prezzi della RAM sono sempre risaliti per poi tornare a scendere. È accaduto con il boom degli smartphone nel 2017, con il mining di criptovalute, persino con il debutto del DDR5 che nel 2024 era diventato finalmente abbordabile. Il ciclo c’è sempre stato, vero. Solo che stavolta la domanda non nasce da una moda passeggera o da una bolla speculativa, bensì da investimenti infrastrutturali pensati per durare nel tempo, portati avanti dalle aziende tecnologiche più grandi del pianeta.
I kit DDR5 da 32 gigabyte hanno quadruplicato il loro valore rispetto a un anno fa. Trovare un kit da 32 GB a 100 euro, come capitava nel 2024, ormai è pura fantascienza nel breve termine. Chi ha rinviato l’acquisto aspettando un calo dietro l’angolo rischia di attendere anni, con la beffa di vedere i prezzi salire ancora prima di una qualsiasi discesa. Anche Corsair ha proposto kit DDR5 da 32 GB in offerta ai valori più bassi degli ultimi mesi, ma siamo comunque ben distanti dai minimi del 2024.
Il segnale lanciato da Apple, quindi, non è soltanto una brutta notizia per chi sogna un nuovo Mac. È un termometro che misura la febbre del mercato della memoria. Se una delle realtà più potenti al mondo per capacità di acquisto ha alzato bandiera bianca, diventa difficile immaginare che i prezzi al dettaglio per i PC prendano la direzione opposta nei prossimi tempi.