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Per arrivare a un impatto davvero significativo bisognerà aspettare il 2050, anno in cui la capacità installata potrebbe raggiungere gli 8GWh con una produzione di 64TWh. Si tratterebbe di una quota sufficiente a ridurre fortemente la dipendenza da combustibili fossili e a compensare in parte la variabilità delle rinnovabili.
Competenze già presenti, ma servono norme chiare e decisioni rapide in Italia
L’analisi del Politecnico di Milano mette in evidenza come la debolezza italiana non sia tecnica. Il Paese possiede infatti una filiera industriale avanzata e competitiva, soprattutto nelle tecnologie SMR e AMR, considerate la nuova frontiera del nucleare modulare. L’Italia, secondo lo studio, rappresenta addirittura il 24% dei fornitori europei coinvolti nei progetti di nuova generazione, un dato che rivela una leadership spesso ignorata nel dibattito pubblico.
Ciò che manca, invece, è un quadro regolatorio moderno e processi autorizzativi più rapidi. Secondo gli esperti, la fase compresa tra il 2025 e il 2030 dovrà servire per costruire la base normativa e scientifica indispensabile al ritorno del nucleare. Il decennio successivo dovrà invece essere dedicato alla costruzione degli impianti, mentre dopo il 2040 sarà necessario consolidare la capacità operativa e far crescere l’integrazione con il resto del sistema energetico.
Senza un’accelerazione immediata, però, il rischio è perdere la finestra industriale più rilevante dell’ultimo ventennio. Il direttore di Energy&Strategy, Vittorio Chiesa, sottolinea come il nucleare potrebbe contribuire in modo sostanziale alla decarbonizzazione, ma solo a patto che l’Italia intervenga presto su governance, autorizzazioni e sviluppo della supply chain. La strada è tracciata. Resta da capire se il Paese avrà la volontà politica e la velocità necessaria per percorrerla prima che il resto del mondo corra troppo avanti.










