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Il ritorno del nucleare in Italia ha adesso una cornice normativa precisa. Il 23 settembre 2026 è arrivato il via libera definitivo alla legge delega sul nucleare sostenibile, e ora la palla passa al Governo, che avrà 12 mesi di tempo dall’entrata in vigore del testo per adottare i decreti legislativi attuativi. L’obiettivo dichiarato è accendere le prime centrali tra il 2033 e il 2034. Una tabella di marcia che però difficilmente reggerà, perché la tecnologia su cui si punta non è ancora disponibile su larga scala.
Il problema, quindi, non riguarda tanto la volontà politica quanto la concreta disponibilità degli impianti. E c’è chi si domanda se quelle stesse risorse non sarebbero spese meglio nelle fonti rinnovabili, che nel frattempo continuano a crescere a ritmo sostenuto.
Cosa dovranno stabilire i decreti attuativi
I provvedimenti del Governo dovranno mettere ordine su quattro fronti, con tre traguardi sullo sfondo: la decarbonizzazione entro il 2050, l’indipendenza energetica del Paese e il contenimento dei costi in bolletta per i clienti finali. Il primo capitolo riguarda la produzione e l’utilizzo di energia da fonte nucleare sostenibile. Il secondo tocca la fabbricazione e il riprocessamento del combustibile. Il terzo è il più ampio e comprende lo smantellamento degli impianti esistenti, la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito, ma anche ricerca, sviluppo e impiego dell’energia da fusione. L’ultimo punto prevede una riorganizzazione delle competenze in materia, passando anche per il riordino e la modifica delle norme oggi in vigore.
Va chiarito un aspetto spesso frainteso. La legge delega non autorizza la costruzione di nessuna centrale e non indica dove sorgeranno. Saranno i decreti a individuare le tipologie di impianto, tenendo conto delle migliori tecnologie disponibili, insieme alle “opportune forme di protezione” per i siti destinati a ospitare reattori e scorie e alle “misure compensative territoriali e ambientali”. È prevista naturalmente la consultazione dei Comuni coinvolti, che potranno anche proporsi con un’autocandidatura.
Gli SMR e il nodo dei costi
La scommessa dell’esecutivo si concentra soprattutto sugli SMR, acronimo di Small Modular Reactor, cioè reattori compatti con una potenza massima di 400 MW. Di progetti in giro per il mondo ce ne sono parecchi, tra studi avviati e cantieri aperti, ma finora solo Cina e Russia hanno messo in funzione dei prototipi, rispettivamente due e uno. Tra i primi candidati per il mercato italiano c’è il reattore sviluppato da Nuward, controllata di Edf, la cui attivazione però è attesa entro il 2035.
Poi ci sono i numeri, e pesano parecchio. Un piccolo reattore modulare costa circa 8.500 euro per kW installato, il che significa che per un impianto da 400 MW servono all’incirca 3,4 miliardi di euro. Per coprire anche solo il 10% del fabbisogno elettrico nazionale bisognerebbe costruirne una ventina. A fronte di queste cifre, la legge stanzia 20 milioni di euro l’anno per il 2027, il 2028 e il 2029. Difficile immaginare che la scadenza del 2033 e 2034 venga rispettata. Senza dimenticare che il testo potrebbe essere cancellato da un nuovo referendum, come già accaduto con le consultazioni del 1987 e del 2011.
Le rinnovabili intanto corrono
Mentre sul nucleare si ragiona su orizzonti lunghi, l’energia pulita macina risultati concreti. Secondo i dati diffusi da Terna, nel mese di agosto le fonti rinnovabili hanno prodotto 12 TWh, soddisfacendo il 41,4% della domanda elettrica italiana. A trainare è stato soprattutto il fotovoltaico, arrivato a 6,2 TWh con un incremento del 20,4% rispetto ad agosto 2025, spinto anche dall’aumento della capacità installata. Un andamento che porta a chiedersi se non convenga puntare con più decisione sul solare e sulle altre fonti rinnovabili.
Fonte: TecnoAndroid








