Nel tempio Sensoji di Asakusa, uno dei luoghi più antichi di Tokyo, esiste un rituale che a occhi occidentali sembra tutto tranne che tenero. Qui il pianto dei neonati non è qualcosa da placare, anzi. È esattamente quello che tutti sperano di sentire. Il torneo si chiama Nakizumo e ogni anno trasforma il pianto dei più piccoli in un vero e proprio spettacolo di buon auspicio. I genitori, invece di consolare i figli, fanno il tifo perché scoppino a piangere il più forte possibile.
La scena, raccontata così, spiazza. Immaginate lottatori di sumo che tengono in braccio bambini piccolissimi, li cullano e li scuotono con estrema delicatezza, mentre attorno c’è chi indossa maschere da demone e lancia urla per spaventarli. Tutto questo si ripete ogni anno ad Asakusa, uno dei quartieri storici della capitale giapponese, davanti a decine di famiglie che partecipano con entusiasmo.
Nakizumo: perché in Giappone far piangere i bambini porta fortuna
Dietro a questa usanza c’è una tradizione antichissima. In Giappone si crede da secoli che il pianto vigoroso di un neonato sia segno di salute e vitalità. Un bambino che urla forte, secondo questa credenza, è un bambino robusto, destinato a crescere sano e protetto dagli spiriti maligni. Da qui l’idea che partecipare al Nakizumo possa portare fortuna e allontanare le malattie.
Il meccanismo è semplice quanto singolare. Due neonati vengono affidati agli enormi lottatori, che li reggono uno di fronte all’altro. A quel punto entra in gioco l’arbitro, spesso mascherato da creatura spaventosa, che urla e gesticola per stimolare il pianto. Vince il piccolo che comincia a piangere per primo o quello che piange con più forza. Nessuno si fa male, tutto avviene con cura e sotto lo sguardo attento dei genitori.
Quello che colpisce è come una pratica del genere sia sopravvissuta nei secoli fino a diventare un appuntamento fisso ancora oggi. Il Sensoji, tempio buddhista tra i più visitati di Tokyo, si riempie di famiglie che considerano un onore veder partecipare i propri figli. Non c’è nulla di crudele in tutto questo, semmai il contrario. È un gesto d’amore rovesciato, dove il pianto diventa buon segno e la fatica dei bambini si trasforma in una benedizione collettiva.
Il torneo attira ogni anno curiosi e turisti, incuriositi da un rituale che mescola sacro e folklore in un modo tutto giapponese. Le maschere da demone, i lottatori imponenti, i pianti che si rincorrono creano un’atmosfera surreale, quasi teatrale. Eppure per chi vive quella cultura si tratta di qualcosa di profondamente naturale, radicato nel modo di intendere la crescita e la protezione dei figli.
Ad Asakusa, insomma, il rumore più desiderato non è la risata ma il pianto. Un capovolgimento che racconta molto di come tradizioni lontane possano custodire significati completamente diversi dai nostri. E il Nakizumo continua a tramandarsi, generazione dopo generazione, con lo stesso spirito di sempre.










