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Meta, oltre 756.000 account under 16 chiusi in Australia

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Oltre 750.000 account cancellati in Australia: è il numero che Meta ha messo sul tavolo per dimostrare di stare facendo la sua parte nell’applicazione della legge che vieta l’accesso ai social media ai minori di 16 anni. I dati arrivano dopo un report ufficiale che, invece, racconta una storia meno rassicurante, molti ragazzi sotto quella soglia riescono ancora a entrare sulle piattaforme perché diversi provider non rispettano le regole. L’azienda di Menlo Park, dal suo canto, ribadisce una posizione che porta avanti da mesi, la verifica dell’età andrebbe fatta a monte, negli app store o direttamente nel sistema operativo, non piattaforma per piattaforma.

I numeri comunicati all’autorità australiana

La norma si chiama Social Media Minimum Age Act ed è operativa dal 10 dicembre 2025. Meta si è però portata avanti, bloccando iscrizioni e accessi agli utenti con meno di 16 anni già dal 4 dicembre. Nelle quattro settimane successive erano stati chiusi quasi 550.000 profili distribuiti tra Instagram, Facebook e Threads.

Il conteggio aggiornato al 30 giugno 2026 parla di 756.000 account chiusi in totale, di cui 462.000 su Instagram e 294.000 su Facebook. Threads non compare più nella rendicontazione. Tutti questi dati sono finiti sul tavolo dell’eSafety Commissioner, l’autorità australiana che vigila sulla sicurezza online e che ha il compito di verificare quanto le piattaforme stiano effettivamente rispettando gli obblighi.

Individuare chi ha meno di 16 anni, ammette la stessa azienda, non è affatto banale. Un adolescente che vuole restare su una piattaforma trova sempre il modo di aggirare un controllo basato sulla semplice dichiarazione della data di nascita. Per questo Meta descrive un sistema fatto di più strati, dove nessuno strumento da solo basta.

Come funziona la caccia ai profili sospetti

Il primo livello è il rilevamento proattivo affidato all’intelligenza artificiale. I modelli passano al setaccio profili, post, commenti, biografie e didascalie in cerca di indizi contestuali, una festa di compleanno con un numero ben visibile sulla torta, il riferimento a un voto scolastico, il linguaggio tipico di una certa fascia d’età. Segnali indiretti, insomma, che messi insieme raccontano abbastanza.

Poi ci sono le segnalazioni, che sono state rese più semplici. Genitori e utenti possono adesso indicare un profilo sospetto direttamente dalle app oppure passando dal centro assistenza di Facebook e Instagram. Una volta arrivate, queste segnalazioni non finiscono solo sulla scrivania di un revisore umano, vengono affiancate da una revisione basata sull’AI che, secondo l’azienda, garantisce sia una precisione maggiore sia tempi di risoluzione più rapidi.

Terzo tassello, la prevenzione delle nuove iscrizioni. Chiudere un profilo serve a poco se il giorno dopo ne nasce un altro identico, quindi i sistemi sono stati rafforzati per riconoscere e bloccare i tentativi di registrazione successivi alla rimozione. Infine c’è la classificazione per età sugli store, sull’App Store di Apple le app di Meta indicano ora 16 anni come soglia minima.

La proposta di spostare i controlli sul sistema operativo

Nonostante i numeri esibiti, la posizione della società californiana resta critica verso l’impostazione scelta dal legislatore australiano. Continuerà a lavorare su metodi più affidabili per stabilire l’età degli iscritti, dice, ma l’approccio attuale viene giudicato sbagliato nella sua struttura di fondo.

L’alternativa proposta è sempre la stessa, spostare la verifica dell’età a un livello superiore. Non ogni singola applicazione che chiede la data di nascita e prova a indovinare chi sta dall’altra parte dello schermo, ma un controllo unico effettuato durante la configurazione iniziale del dispositivo, oppure nel momento in cui viene scaricata la prima app. Un passaggio solo, gestito da chi possiede la piattaforma hardware o il negozio digitale, con l’informazione poi condivisa con gli sviluppatori.

Una richiesta che, tradotta, sposterebbe una bella fetta di responsabilità e di costi su Apple e Google. Il braccio di ferro tra i grandi nomi della tecnologia sul tema della tutela dei minori online, in Australia, prosegue su questo punto.

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