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Quando Meryl Streep parla della scena dello shampoo girata in un fiume africano, il racconto prende una piega che ha poco a che fare con la tecnica recitativa e molto con l’imbarazzo dolce di chi si è ritrovata a perdere la testa sul set. Era il 1986, il film era La mia Africa, il collega davanti a lei si chiamava Robert Redford. E secondo le sue stesse parole, arrivata al quinto ciak, la questione era già chiusa.
L’attrice ne ha parlato durante un incontro sulla propria carriera al Festival di Cannes nel 2024, l’anno in cui ha ricevuto la Palma d’oro alla carriera. In quel dialogo è tornata su una delle sequenze più ricordate della pellicola diretta da Sydney Pollack, quella in cui il personaggio di Redford le lava i capelli sulla riva di un fiume sudafricano. Nessun bacio, nessuna nudità, e nonostante questo Streep la definisce senza troppi giri di parole una scena di sesso.
Una scena intima, gli ippopotami e i primi ciak andati male
“È una scena di sesso in un certo senso, perché è molto intima. Abbiamo visto tantissime scene di gente che scopa, ma non vediamo quel tocco amoroso, quella tenerezza”, ha spiegato l’attrice. Il punto, per lei, sta proprio in quel gesto che nel cinema si vede poco: la cura, la mano che si muove piano, l’attenzione all’altra persona.
All’inizio, però, la cosa non funzionava. Redford era teso, e non per motivi legati alla recitazione. Il problema era il posto in cui stavano girando e i rischi concreti che nascondeva quell’acqua. “L’animale che uccide più uomini in Africa è l’ippopotamo, soprattutto quando ti metti tra loro e il fiume”, ha ricordato Streep, spiegando lo stato d’animo del collega. Poi è arrivato il suggerimento giusto da parte della sua parrucchiera, la mano si è sciolta e la scena ha cambiato temperatura. “Mi sono innamorata al quinto ciak”, ha detto l’attrice.
Non è la prima volta che Streep racconta quella cotta. Nel libro Queen Meryl aveva già ammesso di essere stata completamente presa da Redford, descrivendolo come un rubacuori: “Ero pazza di lui. È il miglior baciatore che ho incontrato al cinema”. Tra i due, chiarisce sempre lei, non è mai successo nulla oltre una bella amicizia.
Il fastidio di Sydney Pollack per quella complicità
Curiosamente, quella sintonia non piaceva a tutti. Sempre nel libro, e secondo quanto raccontato dal suo biografo Michael Feeney Callan, è stato Redford stesso a spiegare che Sydney Pollack non vedeva di buon occhio il feeling nato tra i due protagonisti sul set di La mia Africa. “Probabilmente andavamo troppo d’accordo. Ha creato scompiglio. Ci piaceva parlare. Stavamo fuori dall’inquadratura, tra un ciak e l’altro, prendendocela con calma. Avevamo un senso dell’humor in comune. Ma a Sydney non piaceva. Lui interrompeva la conversazione. Gli dava fastidio che io entrassi in sintonia con lei in un modo che non corrispondeva all’immagine che aveva di me né di noi come squadra. Non è stato facile gestirlo”.
Un dettaglio che dice molto su come funzionavano certi set negli anni Ottanta, e su quanto un regista potesse essere geloso del controllo sui propri attori.
Redford, il fascino e la voglia di essere preso sul serio
Considerato uno dei grandi latin lover di Hollywood, Robert Redford ha sempre avuto un’idea chiara: non voleva che la fama di bello e seduttore diventasse la sua eredità nell’industria. Ha fatto tutto il possibile per dimostrare il proprio valore e il proprio talento, e non solo davanti alla macchina da presa. Dietro, come regista, ha vinto un Oscar già al primo tentativo con Gente comune, nel 1980.
Morto nel 2025 all’età di 89 anni, Redford ha conquistato Hollywood, il pubblico e chiunque abbia avuto occasione di lavorare con lui lungo diversi decenni di carriera. La mia Africa, uscito il 21 dicembre 1986 e lungo due ore e 41 minuti, resta uno dei titoli in cui quella capacità di stare accanto a un’altra attrice senza rubarle la scena si vede meglio. Nel cast anche Klaus Maria Brandauer.








