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Le mele del supermercato sono tutte cloni, e non è una provocazione da titolo acchiappaclick: è esattamente il modo in cui funziona la frutticoltura da secoli. Chi ha mangiato una Granny Smith ha assaggiato una copia genetica di un albero individuato nel 1868, e altre varietà che si trovano tranquillamente nel banco frigo affondano le radici, in senso letterale, molto più indietro nel tempo.
Il punto è semplice da capire, anche senza essere agronomi. Un seme di mela non restituisce la mela da cui è nato. Piantando i semi di una Granny Smith non nasce un albero di Granny Smith, ma qualcosa di nuovo e imprevedibile, spesso mediocre, a volte immangiabile. Per questo la mela buona, quando salta fuori, non viene riprodotta per seme: viene moltiplicata per innesto, cioè prendendo un pezzo di ramo e facendolo crescere su un altro albero. Il risultato è una copia identica dal punto di vista genetico. Un clone, senza mezzi termini.
Perché la Granny Smith del 1868 è ancora oggi la stessa mela
Quando si dice che la Granny Smith risale a un albero trovato nel 1868, non si parla di una lontana antenata o di una parente alla lontana. Si parla dello stesso individuo vegetale, propagato di ramo in ramo per generazioni di coltivatori, fino ad arrivare nella cassetta al supermercato. Ogni frutto verde e acido che finisce nel carrello discende da quell’unica pianta, replicata milioni di volte.
È un’idea che spiazza, perché siamo abituati a pensare agli alberi come organismi con un ciclo di vita ben definito: nascono, crescono, invecchiano, muoiono. Nel caso delle varietà di mele commerciali, invece, la singola pianta muore ma la sua identità genetica continua, trasferita di innesto in innesto. Un po’ come una fotocopia che viene rifatta all’infinito senza mai perdere il documento originale.
Il motivo per cui l’industria lavora così è tutto pratico. Chi compra una mela con un nome preciso si aspetta un sapore preciso, una consistenza precisa, una buccia di un certo colore e una certa resistenza al trasporto. Nessuna filiera potrebbe funzionare se ogni albero producesse frutti diversi. La clonazione vegetale, fatta con un coltellino e un po’ di mestiere, è la garanzia che la mela di oggi sia identica a quella dell’anno scorso e a quella dell’altra parte del mondo.
Cloni che arrivano da secoli lontani
La Granny Smith, con il suo 1868, è tutto sommato una novità. Alcune varietà che si trovano ancora in circolazione hanno una storia che, secondo quanto si racconta, si spinge molto più indietro, di secoli. Nomi che passano da un frutteto all’altro, da un continente all’altro, sopravvivendo a rivoluzioni, guerre e mode alimentari, sempre grazie allo stesso gesto ripetuto: taglia, innesta, aspetta.
Questo significa che mordere una mela può essere, letteralmente, un contatto diretto con un albero che qualcuno ha notato in un campo tanto tempo fa. Non un discendente, non un incrocio moderno ripulito in laboratorio. Lo stesso patrimonio genetico, tenuto in vita da mani umane che hanno deciso, in un certo momento, che quel frutto valeva la pena di essere salvato.
C’è anche un rovescio della medaglia, ed è quello che rende la questione interessante oltre la curiosità da tavola. Un frutteto fatto di cloni identici è, per definizione, un frutteto senza variabilità genetica. Tutti gli alberi reagiscono nello stesso modo al freddo, al caldo, ai parassiti, alle malattie. Se una varietà è vulnerabile a qualcosa, lo è ovunque e allo stesso modo, dalla Nuova Zelanda al Trentino.










