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Un semplice annuncio a pagamento può bastare per scavalcare il sito ufficiale di un programma nei risultati di ricerca. Su questo meccanismo si regge il malvertising, la pubblicità che infetta. I truffatori hanno capito come sfruttare i risultati sponsorizzati di Google e Bing per piazzare in cima alla pagina dei falsi siti con i nomi di app famose. L’obiettivo è diffondere malware sempre più difficili da riconoscere.
Il nome stesso del fenomeno racconta già parecchio, perché unisce il software malevolo e il mondo della pubblicità online. Non si tratta di link nascosti in qualche angolo poco frequentato della rete. Qui il pericolo si trova nella parte più visibile della pagina, quella che quasi tutti guardano per prima quando cercano qualcosa.
Come funziona la trappola degli annunci
Il punto di partenza è una ricerca del tutto normale. Chi vuole scaricare un programma noto digita il suo nome sul motore di ricerca e si trova davanti una lista di risultati. Le prime posizioni però non sono sempre occupate dal sito ufficiale. Spesso lì compaiono gli annunci sponsorizzati, cioè spazi che qualcuno ha comprato per farsi vedere prima degli altri.
Ed è qui che entra in gioco il trucco. Per comparire sopra la pagina autentica di un software basta pagare un’inserzione, e i criminali informatici lo sanno benissimo. Così confezionano siti fasulli che portano il nome di applicazioni conosciute e li spingono in alto attraverso la pubblicità di Google e Bing. Chi clicca convinto di essere nel posto giusto rischia di portarsi a casa, insieme al presunto programma, un software malevolo. Il meccanismo è semplice e proprio per questo funziona. Non serve scalare le classifiche dei risultati organici con mesi di lavoro, né aggirare chissà quali difese. Un annuncio ben piazzato fa tutto il lavoro sporco, sfruttando la fiducia che molti ripongono nei primi link proposti dal motore di ricerca.
Perché è sempre più difficile accorgersene
Il problema principale riguarda la riconoscibilità. Il collegamento appare nella stessa pagina in cui si trova il sito vero, anzi ancora più in alto, e utilizza il nome dell’app che l’utente stava cercando. Distinguere al volo l’originale dalla copia, soprattutto quando si ha fretta di installare qualcosa, non è affatto scontato.
A complicare le cose c’è l’evoluzione delle minacce stesse. I malware distribuiti attraverso questa strada diventano sempre più difficili da individuare, e questo rende il malvertising una tecnica particolarmente insidiosa. L’utente non ha la sensazione di fare nulla di rischioso, perché in fondo sta solo usando un motore di ricerca come fa ogni giorno. È proprio questa normalità a rendere la truffa efficace. Il percorso che porta all’infezione è identico a quello che conduce a un download legittimo: una ricerca, un clic sul primo risultato, il pulsante per scaricare. Cambia soltanto la destinazione, e la differenza tra il sito ufficiale e quello contraffatto può ridursi a un dettaglio che sfugge facilmente.
Nel frattempo i truffatori continuano a sfruttare gli spazi pubblicitari dei due motori di ricerca, approfittando del fatto che un’inserzione a pagamento permette di superare in visibilità la pagina autentica del software. I falsi siti con i nomi di app famose continuano così a finire in cima a Google, davanti a chi cerca semplicemente il programma originale.
Fonte: TecnoAndroid


