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Un fungo terrestre capace di reggere fino a sette giorni sulla superficie lunare non è esattamente l’immagine che viene in mente quando si pensa al nostro satellite, eppure è proprio questo lo scenario che sta emergendo. La Luna resta il posto meno ospitale dove lasciare per sbaglio un organismo vivo, con il vuoto, le radiazioni e sbalzi termici che dovrebbero ridurre qualsiasi microbo a materiale inerte nel giro di pochissimo. Solo che vicino al polo sud lunare quella regola sembra ammettere qualche eccezione.
È un dettaglio che cambia parecchio le carte in tavola. Perché finora la convinzione diffusa era piuttosto netta: niente atmosfera, niente schermo contro i raggi ultravioletti, temperature che passano da un estremo all’altro senza vie di mezzo, e quindi nessuna possibilità di sopravvivenza per ciò che arriva dalla Terra. Invece esistono zone dove le condizioni sono meno brutali di quanto si immagini, e in quelle zone un organismo resistente può guadagnare tempo prezioso.
Perché il polo sud lunare è diverso dal resto
La geografia conta più di quanto sembri. Il polo sud lunare è la regione su cui si sono concentrate le attenzioni delle agenzie spaziali, e non per caso: è lì che si trovano crateri in ombra permanente e aree dove l’illuminazione solare arriva in modo obliquo, diverso rispetto alle distese battute a piena luce. Questo si traduce in un carico di radiazioni e di raggi ultravioletti differente, con conseguenze dirette su quanto a lungo un microrganismo può restare vitale.
Sette giorni possono sembrare pochi in termini assoluti. Ma nel contesto di un ambiente che, sulla carta, dovrebbe sterilizzare tutto quasi all’istante, sono una finestra temporale enorme. Abbastanza ampia da sollevare domande concrete su cosa succede quando un lander tocca il suolo, quando un rover si muove, quando un astronauta cammina e solleva polvere che poi si deposita altrove.
Le missioni Artemis e il problema della contaminazione
Qui entra in gioco il programma Artemis. Con il ritorno dell’uomo sulla Luna arriveranno astronauti, moduli di atterraggio, strumenti scientifici, tute, materiali di ogni tipo. E insieme a tutto questo arriveranno inevitabilmente microrganismi terrestri, perché nessuna procedura di pulizia, per quanto accurata, riesce a garantire una sterilizzazione totale. Le camere bianche riducono il rischio, non lo azzerano.
Il punto non è tanto il timore di una colonizzazione biologica del satellite, scenario che resta molto lontano dalla realtà. Il vero problema riguarda la scienza. Se un fungo terrestre o un batterio riesce a sopravvivere anche solo per qualche giorno nei pressi di un sito di atterraggio, ogni futura analisi di campioni lunari rischia di essere compromessa. Diventa difficile stabilire cosa appartenga davvero alla Luna e cosa invece sia arrivato a bordo di una navicella partita dalla Terra.
Proteggere la Luna significa proteggere le scoperte
La cosiddetta protezione planetaria nasce esattamente da questa esigenza. Non si tratta di un principio astratto o di scrupolo eccessivo, ma di una condizione pratica per poter fare ricerca seria. Capire quanto resistono gli organismi terrestri in condizioni lunari serve a calibrare i protocolli, a scegliere dove atterrare, a decidere quali precauzioni adottare prima e dopo il contatto con il suolo.
Studiare la resistenza dei funghi in questo contesto offre anche un altro tipo di informazione, più generale: aiuta a capire quali forme di vita reggono meglio l’esposizione allo spazio profondo, dato utile per le missioni verso Marte e oltre. Il polo sud lunare, con i suoi ghiacci e le sue ombre permanenti, diventa così un laboratorio naturale in cui misurare i limiti reali della biologia terrestre fuori dal suo ambiente.










