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I data center in orbita immaginati da SpaceX hanno un problema che nessuna presentazione patinata riesce a nascondere, e riguarda quello che succede quando quei satelliti smettono di funzionare. Perché la vita utile stimata di ogni unità è di tre o cinque anni, contro i cinque o quindici di un satellite tradizionale. Poi il destino si divide in due strade: una parte si consuma durante il rientro atmosferico, il resto viene spinto verso un’orbita solare, lontano dalla Terra e da qualsiasi possibilità di recupero.
A luglio l’azienda ha depositato presso l’autorità americana delle telecomunicazioni una nuova richiesta per 100.000 satelliti Starlink di terza generazione, con la stessa identica prospettiva a fine vita. E qui arriva la parte scomoda: la combustione durante il rientro rilascia vapore di alluminio, silicio e rame ad alta quota. Non esattamente materiale innocuo da disperdere nell’atmosfera con quelle quantità.
Alluminio nella mesosfera e metalli che nessuno recupererà mai
Alcune simulazioni recenti raccontano una cosa piuttosto precisa: rientri ripetuti su questa scala depositerebbero nella mesosfera più alluminio di quanto ne rilascino i meteoroidi naturali. Un accumulo che contribuirebbe al deterioramento dello strato di ozono nell’arco di diversi decenni, anche se al momento nessuno è in grado di quantificare il danno con numeri affidabili. C’è poi un secondo effetto, meno discusso e forse più insidioso, legato al fatto che quelle particelle modificherebbero la capacità dell’atmosfera di trattenere o riflettere il calore solare. Un meccanismo che regola una fetta della temperatura terrestre.
Ogni satellite, tra l’altro, porta con sé metalli di valore. Rame e oro, soprattutto, dentro i chip elettronici. Una volta deorbitati si disperdono nell’atmosfera oppure finiscono in orbita solare, fuori dalla portata di qualunque forma di riciclo. Blue Origin e Google stanno lavorando anche loro a data center orbitali alimentati a energia solare, ma SpaceX resta l’unica ad aver formalizzato una richiesta di licenza per un milione di satelliti.
Le regole attuali impongono un termine di deorbitazione di cinque anni e la FCC sta valutando se quel parametro abbia ancora senso davanti a una flotta di simili dimensioni. Diverse organizzazioni che si occupano di sicurezza spaziale chiedono che, prima di qualsiasi licenza operativa, venga prodotto uno studio di impatto ambientale aggiornato secondo il National Environmental Policy Act, la legge federale americana sulla valutazione ambientale. SpaceX, dal canto suo, dichiara di voler limitare inizialmente il numero di lanci, giusto il tempo di misurare gli effetti reali prima di allargare la flotta. Sostiene anche di lavorare per ridurre la luminosità dei propri satelliti e attenuare il disturbo alle osservazioni astronomiche, con risultati finora piuttosto altalenanti su Starlink.
I chip di NVIDIA e le accuse di Amazon
Il primo satellite del programma si chiama Starmind AI1. A inizio mese SpaceX ha annunciato una partnership esclusiva con NVIDIA per integrare a bordo i rack Vera Rubin NVL72, soprannominati Kyber, ai quali viene attribuita una potenza di calcolo venticinque volte superiore a quella di un H100. I primi esemplari dovrebbero partire nel 2027.
Amazon, che gestisce la costellazione Kuiper, ha contestato il dossier presentato alla FCC senza troppi giri di parole. Nella lettura dell’azienda si tratterebbe nel migliore dei casi di un’operazione di comunicazione, nel peggiore di un tentativo di accaparrarsi la priorità su enormi risorse orbitali senza avere davvero intenzione di usarle. I conti che Amazon mette sul tavolo parlano di 200.000 satelliti sostitutivi da lanciare ogni anno per tenere in piedi una flotta del genere, quarantaquattro volte la produzione mondiale di lanci del 2025. SpaceX ha risposto che quelle obiezioni nascono da un errore di comprensione elementare.
Qualche numero aiuta a inquadrare la distanza tra progetto e realtà. Oggi SpaceX produce circa 4.000 satelliti Starlink all’anno e servirebbero all’incirca 16.700 voli di Starship per portare in orbita un milione di esemplari, visto che il razzo ne trasporta sessanta per lancio. Nel frattempo l’orbita terrestre ospita già circa 14.500 satelliti attivi, due terzi dei quali appartengono alla costellazione Starlink.










