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Il salto verso Hollywood di Ester Expósito non è più soltanto un’idea vaga tenuta in un cassetto, e l’attrice spagnola lo ha raccontato senza troppi giri di parole: il suo profilo, dice, potrebbe funzionare persino meglio nell’industria americana che in quella spagnola. Una frase che, detta da una delle interpreti più richieste della sua generazione, pesa più di quanto sembri.
Il pubblico l’ha scoperta nei panni di Carla in Élite, il fenomeno Netflix che l’ha travolta praticamente al compimento della maggiore età, senza esperienza alle spalle e con una fama arrivata tutta insieme. Situazione che avrebbe destabilizzato chiunque. Lei invece è riuscita a tenere i piedi per terra, continuando a formarsi come interprete e scegliendo con una certa attenzione i progetti, cercando ruoli capaci di mostrare qualcosa di diverso dal cliché della bella ragazza in una serie per adolescenti.
Un percorso già iniziato
A 26 anni, Ester Expósito ha lavorato con registi come Jaume Balagueró, Dani de la Orden e Manolo Caro, e ha in mente piani abbastanza ambiziosi. Ha già trascorso periodi di lavoro in Messico e ha girato il suo primo film americano in inglese, Baton, esordio alla regia dell’attore statunitense Danny Ramírez. Un’esperienza che le ha lasciato voglia di continuare su quella strada, senza però abbandonare la Spagna.
Il tema è emerso durante un’intervista con il giornalista Daniel Borrás, occasione in cui l’attrice ha presentato il suo nuovo film, Marfil – Gli opposti, in arrivo su Prime Video il 9 settembre. La pellicola è diretta da Óscar Pedraza e vede nel cast, oltre a lei, Hugo Diego Garcia ed Eric Masip.
Le parole sull’industria americana sono state misurate ma chiare: le va, dice, perché pensa di avere ancora molto da fare in Spagna, ma anche perché il suo profilo forse si incastra meglio con il mercato statunitense che con quello di casa. Non una fuga, piuttosto la sensazione di poter trovare altrove spazi che qui non le vengono offerti.
Produrre in prima persona, sul modello di Witherspoon e Kidman
C’è poi il secondo pezzo del progetto, quello che riguarda il passaggio dietro la macchina da presa o almeno accanto ad essa. “Ci ho pensato molto, a creare e mettere in piedi progetti miei”, ha confessato l’attrice. Cose che vuole fare come interprete, ma anche produrre, magari scrivere. Il riferimento è esplicito e riguarda tre nomi precisi: Reese Witherspoon, Nicole Kidman e Margot Robbie, attrici che hanno costruito strutture produttive attorno a se stesse. Il motivo lo spiega con una certa franchezza: aspettare che qualcuno chiami e proponga qualcosa è noioso. Meglio essere proattiva, prendere in mano le redini a un certo punto.
Sul confronto tra il modo di intendere il business cinematografico in Spagna e fuori, la risposta evita le semplificazioni. Secondo lei esistono cliché e stereotipi che tutte le industrie creano oppure seguono, nessuna esclusa. Il problema, aggiunge, è che a volte servirebbe scuotere un po’ le cose e provare strade differenti, invece di dare sempre gli stessi ruoli alle stesse persone. Vede molti colleghi fare esattamente quello che li ha già visti fare, in termini di tipo di storia e di genere.
Ed è proprio qui che si chiude il cerchio con l’idea di produrre. Molto dipende da come l’industria ti guarda e da cosa immagina di poter costruire con te, spiega l’attrice, e per questo la voglia di mettere in piedi progetti propri nasce anche dal bisogno di non dipendere da quello sguardo esterno. Perché a volte l’etichetta si appiccica addosso e arrivano sempre proposte molto simili tra loro.










