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Il poster di Lo Squalo è probabilmente una delle immagini più riconoscibili mai stampate su carta, eppure nasconde un dettaglio che manda in crisi chiunque l’abbia sempre data per scontata: quel pesce enorme che sale dal buio verso la nuotatrice non è, tecnicamente parlando, uno squalo bianco. L’illustrazione si basava su un esemplare reale, sì, ma appartenente a tutt’altra specie. Il tipo di curiosità che rovina il film agli amici durante una serata sul divano, insomma.
Va detto che l’effetto non cambia di una virgola. L’immagine funziona, ha funzionato dal primo giorno e continua a funzionare mezzo secolo dopo. Il punto è un altro ed è squisitamente da nerd della zoologia: chi ha realizzato quel disegno lavorava guardando qualcosa di concreto, un modello fisico, e quel modello non era ciò che tutti hanno sempre creduto.
Come nasce un’icona sbagliata
Nell’illustrazione commerciale degli anni Settanta si lavorava così, con riferimenti reali davanti agli occhi. Nessuna banca di immagini digitali, nessun software. Serviva un soggetto da osservare e riprodurre, e nel caso del manifesto di Lo Squalo il riferimento utilizzato apparteneva a una specie diversa dal grande squalo bianco protagonista della storia. Un’approssimazione che all’epoca non ha sollevato obiezioni, semplicemente perché nessuno stava guardando quel poster con l’occhio del biologo marino.
E qui sta il bello. La differenza tra le specie di squalo è evidente per chi le studia, quasi invisibile per tutti gli altri. Forma del muso, proporzione delle pinne, disposizione della dentatura, struttura del corpo. Dettagli che uno spettatore medio non registra, ma che a un occhio allenato saltano fuori immediatamente. Il risultato è che milioni di persone hanno associato per anni la sagoma sbagliata all’animale giusto, costruendo un immaginario collettivo su una piccola imprecisione tecnica.
Quando il cinema riscrive la biologia
Non è la prima volta che una rappresentazione degli squali sul grande schermo finisce per pesare più della realtà. Il film ha avuto un impatto culturale enorme sulla percezione di questi animali, trasformandoli in mostri nell’immaginario di intere generazioni, e il poster ne è stato l’ambasciatore più efficace. Bastava vedere quella figura scura risalire dal fondo per capire tutto senza aver letto una riga di trama.
Che poi il modello di partenza fosse un altro animale aggiunge un livello di ironia difficile da ignorare. L’immagine più famosa mai realizzata di uno squalo bianco, quella che ha definito l’aspetto della specie nella testa del pubblico, ritrae qualcos’altro. Un fraintendimento nato in uno studio di illustrazione e diventato canone visivo mondiale.
Un dettaglio che non toglie nulla al mito
Chi si occupa di divulgazione scientifica conosce bene questo tipo di scivolone, ed è anche il motivo per cui gli errori nella rappresentazione degli animali marini vengono presi sul serio. Non per pignoleria, ma perché quelle immagini restano. Sedimentano. Diventano il riferimento inconscio con cui poi si giudica l’animale vero quando lo si incontra in un documentario o in un acquario.
Resta il fatto che il poster di Lo Squalo ha fatto il suo lavoro meglio di quasi qualsiasi altra locandina della storia del cinema. La nuotatrice inconsapevole in superficie, la massa scura che sale, il titolo in caratteri netti. Una composizione perfetta che ha venduto biglietti, generato paura e creato un archetipo. Il fatto che il modello fosse un esemplare di un’altra specie è una nota a piè di pagina, di quelle che però fanno una gran figura raccontate al momento giusto.










