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Una nuova specie di gatto è stata identificata nelle foreste nebulose delle Yungas boliviane, e si tratta della prima confermata geneticamente da oltre cento anni a questa parte. Si chiama Leopardus tilcayo, è più piccolo di un comune gatto domestico e appartiene allo stesso genere di felini sudamericani ben conosciuti come l’ocelot e il colocolo. Lo studio che lo descrive è stato pubblicato giovedì sulla rivista Current Biology, e racconta una scoperta che nel mondo della zoologia capita davvero raramente.
Il punto che rende la vicenda interessante non è solo l’aspetto del piccolo felino, con il mantello macchiato e la coda lunga, ma il modo in cui è arrivato all’attenzione della scienza. Nessuna telecamera sofisticata, nessun sensore sperduto nella foresta. Tutto è cominciato in un centro di recupero della fauna selvatica della zona, dove Paola Nogales-Ascarrunz, a capo del Programa de Investigación de Félidos Bolivia, ha notato un esemplare che sulle prime aveva preso per un cucciolo.
Leopardus tilcayo: come si arriva a riconoscere una specie mai catalogata
Osservando meglio, la ricercatrice si è resa conto che quel gatto non tornava. Le macchie sul pelo e la coda particolarmente lunga non corrispondevano a nessuna delle specie già riconosciute in quell’area. Da lì è partito il lavoro vero, cioè i test genetici sugli animali portati al centro dagli abitanti dei dintorni. Il progetto, sostenuto da National Geographic, ha visto la collaborazione dello scienziato Jonas Lescroart insieme ad altri ricercatori, e non si è fermato al solo tilcayo: sono arrivate anche scoperte inedite sui gatti tigre, compresa l’identificazione di una nuova sottospecie.
La differenza rispetto ad altre riclassificazioni sta tutta qui. Normalmente, quando gli studiosi ridefiniscono un mammifero, il motivo è che una singola specie si è divisa in due rami abbastanza diversi da meritare nomi separati. Con Leopardus tilcayo il discorso cambia, perché non si tratta della derivazione di qualcosa di già noto, ma di un felino completamente nuovo per la scienza. Una circostanza tutt’altro che comune, soprattutto tra i felini selvatici, un gruppo che si dava per studiato quasi a fondo.
Un nome che arriva dalle comunità locali
Sulla scelta del nome la ricercatrice è stata chiara: nessuna invenzione in laboratorio, nessun omaggio accademico. Il termine tilcayo è quello che le comunità indigene della zona usano da generazioni per indicare quel gatto. “Questo gatto, lo chiamano tilcayo. E quando chiedi: ha un significato in quechua o in aymara e altre lingue indigene? Rispondono: no, mio nonno mi ha detto che quello è il tilcayo”, ha raccontato Nogales-Ascarrunz. “È una conoscenza tradizionale che hanno nella comunità. Vogliamo preservare quella conoscenza, e non volevamo dargli un altro nome.”
Resta aperto il capitolo più delicato, quello della conservazione. Nessuno sa quanti esemplari ci siano davvero in natura, e la stessa ricercatrice non nasconde il problema: “Non sappiamo davvero quanti gatti ci siano ancora in natura. Serve la scienza, servono più studi per rispondere a questa domanda, che è in realtà fondamentale per la sua conservazione.”
Un habitat sotto pressione
Il tilcayo è una novità per i registri scientifici, ma il territorio in cui vive è sotto minaccia da tempo. Lo sviluppo edilizio e infrastrutturale intorno alle Yungas boliviane mette pressione su un ambiente già fragile, e chi vuole dare una mano può guardare alle realtà che si occupano di tutela di quell’area, come l’Andes Amazon Fund.
Un consiglio pratico arriva anche per chi, davanti alle fotografie del piccolo felino, si trova a pensare di volerne uno. Le specie esotiche e protette non sono animali da salotto, e l’energia va indirizzata verso i gatti domestici che cercano una casa, con giochi, stazioni di alimentazione intelligenti e collari utili a tenerli al sicuro e in salute.








