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L’ultimo lago epishelf dell’Artico canadese non esiste più, e la sua scomparsa non è di quelle reversibili. Nel giro di pochi mesi l’oceano si è preso un bacino d’acqua dolce che fino a poco tempo prima era un ambiente vivo, popolato, funzionante. Una perdita netta, senza margini di recupero, che cancella dalla mappa una categoria di ambienti già ridotta al minimo storico.
Chi non mastica glaciologia probabilmente non ha mai sentito nominare questo tipo di formazione, e si capisce: parliamo di un fenomeno raro, confinato alle latitudini più estreme. Un lago epishelf nasce quando l’acqua dolce proveniente dallo scioglimento di neve e ghiacciai resta intrappolata dietro una barriera di ghiaccio galleggiante. Essendo più leggera di quella salata, si dispone sopra l’acqua di mare come uno strato separato, senza mescolarsi. Il risultato è una specie di lago sospeso sull’oceano, tenuto insieme soltanto dalla presenza della piattaforma glaciale che fa da tappo.
Quando il tappo di ghiaccio cede, il lago sparisce
Tutto il meccanismo regge finché regge il ghiaccio. Nel momento in cui la piattaforma si frattura, si assottiglia o si stacca, la barriera smette di fare il suo lavoro e l’acqua salata entra. A quel punto la stratificazione salta, il bacino d’acqua dolce si mescola con il mare e l’ambiente che si era formato lì sopra semplicemente non ha più le condizioni per esistere. È quello che è successo nell’Artico canadese, dove l’oceano ha inghiottito in pochi mesi un lago che era rimasto stabile per un tempo lunghissimo.
La parola chiave qui è irreversibilità. Un lago di montagna che si prosciuga può tornare a riempirsi con le piogge o con una stagione più fredda del previsto. Un lago epishelf, no. Per ricrearne uno servirebbe che la piattaforma di ghiaccio si riformasse con lo stesso spessore e nella stessa posizione, cosa che alle temperature attuali non è nemmeno ipotizzabile. Ecco perché la formula usata per raccontare questa vicenda è così netta: è sparito, ed è sparito per sempre.
Un ecosistema costruito su misura, cancellato
Il punto più delicato riguarda ciò che viveva lì dentro. Questi laghi ospitano comunità biologiche particolarissime, adattate a una condizione che in natura si trova in pochissimi posti: acqua dolce fredda in superficie, acqua marina sotto, due mondi sovrapposti e separati nello stesso specchio d’acqua. Gli organismi che colonizzano questi strati si sono specializzati per sopravvivere in un contesto del genere, e quando la stratificazione collassa non hanno dove spostarsi. L’ecosistema non trasloca, si spegne insieme al lago.
La scomparsa dell’ultimo esemplare canadese chiude di fatto un capitolo. Non si tratta di un ambiente in difficoltà o in ritirata, ma di un ambiente che in quell’area ha smesso di esistere. E il fatto che il processo si sia compiuto in una manciata di mesi, non in decenni, dice parecchio sulla velocità con cui il ghiaccio artico sta cambiando forma e consistenza.
Resta il valore scientifico di quanto è andato perduto. I laghi epishelf funzionavano anche come archivi naturali, sentinelle sensibilissime allo stato di salute delle piattaforme glaciali: finché il lago c’era, significava che il ghiaccio teneva. La loro sparizione è un indicatore diretto, quasi meccanico, di quanto quelle barriere si siano indebolite. Nell’Artico canadese quel segnale ora non è più disponibile, perché non c’è più nulla da misurare.








