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Con il debutto del Jiu Tian, la Cina ha messo in volo quello che di fatto è il più grande portadroni al mondo, una sorta di portaerei volante senza pilota capace di trasportare e rilasciare fino a cento droni kamikaze coordinati fra loro. Il nome significa “Nove Cieli” e non è un velivolo convenzionale nel senso classico del termine, ma una nave madre aerea pensata per saturare le difese nemiche con la quantità più che con la potenza. Un cambio di passo netto rispetto al decennio scorso, quando Pechino lavorava ancora su modelli ereditati o copiati altrove.
I numeri aiutano a capire di cosa si parla. Sedici tonnellate di peso, 7.000 chilometri di autonomia, una quota operativa fino a 15.000 metri e una velocità di 700 km/h. Nel ventre, fino a 100 droni d’attacco da circa 50 chili ciascuno, pronti a partire in sciame contro gli obiettivi. Il progetto è interamente cinese, sviluppato dal gruppo statale AVIC e costruito a Xi’an, e al momento non ha equivalenti in nessun altro esercito. Gli Stati Uniti hanno piattaforme aeree in grado di trasportare UAV, cioè veicoli aerei senza pilota, ma nessuna con questa capacità di attacco autonomo e massivo.
Jiu Tian, il portadroni cinese e la logica del sovraccarico
L’impostazione tattica del Jiu Tian somiglia molto a un attacco DDoS in rete, quel tipo di offensiva informatica che manda in crisi un sistema inondandolo di migliaia di richieste fino a farlo collassare. Qui il principio è lo stesso: si vince per numero. Una batteria antiaerea può abbattere decine di droni, ma fermarne un centinaio lanciati nello stesso momento diventa un’impresa quasi impossibile. Il vero moltiplicatore è l’intelligenza artificiale, che permette ai velivoli di aggirare le difese, riadattare la rotta in tempo reale e mantenere efficacia anche quando parte dello sciame viene distrutta.
Il timore, nei comandi occidentali, è tutt’altro che teorico. “Quello che davvero mi tiene sveglio la notte sono gli sciami”, ha ammesso il colonnello Andrew Konicki, del comando sistemi del Corpo dei Marines statunitense. Una frase che dice molto su come stia cambiando il modo di pensare la difesa aerea, tarata per decenni su bersagli pochi, grandi e costosi.
Il primo volo di prova è avvenuto l’11 dicembre 2025 nella contea di Pucheng. Alcuni media cinesi avevano indicato l’avvio della produzione nei primi mesi del 2026, ma non ci sono conferme al cento per cento su questo punto. L’integrazione nelle forze armate cinesi, per ora, non è ancora avvenuta.
Più di un’arma, un messaggio diretto a Washington
C’è un secondo livello di lettura, e riguarda la comunicazione. L’esibizione pubblica del mezzo ha un carattere marcatamente propagandistico, come spiega Elsa Kania, ricercatrice del Center for a New American Security: “Le esibizioni di sistemi d’arma avanzati da parte della Cina possono generare attesa e deterrenza anche quando le capacità reali restano non confermate”. Tradotto: il solo mostrare basta a ottenere un effetto.
L’obiettivo è triplice. Far vedere muscoli tecnologici, spingere l’industria della difesa nazionale, e qui va ricordato che la Cina è il maggior esportatore mondiale di droni militari, e mandare un segnale a Washington e ai suoi alleati in una fase di tensione crescente su Taiwan.
Il salto compiuto è evidente. Da importatore di progetti altrui a costruttore di una piattaforma che nessun altro Paese possiede. La struttura modulare del Jiu Tian, tra l’altro, apre anche a impieghi non militari, come missioni umanitarie o di soccorso, il che ne amplia il valore d’immagine.
Resta il punto più scomodo, ed è tecnico. Quanto può essere realmente efficace un velivolo così grande e così visibile in uno scenario di guerra vero, dove la sopravvivenza dipende dal non farsi individuare. Su questo le certezze sono poche, e il Jiu Tian continua a stare in equilibrio fra due cose: un traguardo ingegneristico concreto e uno strumento di propaganda di notevole peso.








