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Incendiamoeba cascadensis, l’ameba che si riproduce a 63 gradi

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Con un nome che sembra uscito da un fumetto, l’ameba di fuoco si è appena presa un primato che nessun altro organismo complesso era riuscito a strapparle finora. Si chiama Incendiamoeba cascadensis ed è capace di riprodursi a 145 gradi Fahrenheit, cioè circa 63 gradi centigradi, una temperatura alla quale la stragrande maggioranza delle cellule con nucleo smette semplicemente di funzionare. Non sopravvive soltanto, il che sarebbe già notevole. Si moltiplica.

La differenza non è un dettaglio da poco. Resistere al calore, per una cellula, può voler dire entrare in una specie di stato dormiente e aspettare tempi migliori. Replicarsi significa invece che tutta la macchina interna continua a girare, dalle proteine al materiale genetico, in condizioni che normalmente la manderebbero in pezzi. È per questo che il record riguarda l’intero dominio degli eucarioti, quel gruppo enorme che comprende piante, animali, funghi e, ovviamente, anche gli esseri umani.

Perché 63 gradi sono una soglia che pesa

Per dare una misura concreta: l’acqua che esce bollente da un rubinetto domestico si aggira spesso attorno a quei valori, ed è abbastanza da provocare ustioni nel giro di pochi secondi. Le cellule complesse hanno strutture delicate, membrane, organelli, filamenti interni, e tutto questo apparato tende a degradarsi quando il termometro sale troppo. Le proteine perdono la forma che serve loro per lavorare, un processo che assomiglia a quello che succede all’albume di un uovo quando finisce in padella.

Ecco perché la scoperta di un organismo come l’ameba di fuoco ha un peso specifico. Finora il mondo degli amanti del calore estremo era quasi un affare esclusivo di batteri e archei, creature molto più semplici dal punto di vista strutturale, prive di nucleo e di gran parte dell’armamentario che rende una cellula eucariotica quello che è. Trovare un eucariote che riesce a giocare sullo stesso terreno sposta il confine di ciò che si riteneva possibile per la vita complessa.

Un tassello in più nel puzzle della vita estrema

Il nome scelto per la specie parla da solo. Incendiamoeba richiama il fuoco, e non a caso, visto il contesto termico in cui questo microrganismo se la cava benissimo. Le amebe, in generale, sono organismi unicellulari che si muovono cambiando forma, allungando estensioni del proprio corpo per spostarsi e per catturare il cibo. Sono creature apparentemente banali, di quelle che si incontrano nei manuali di biologia delle scuole superiori, e proprio per questo il primato appare ancora più sorprendente.

Ogni volta che viene individuato un organismo capace di prosperare dove non dovrebbe, la mappa dei luoghi potenzialmente abitabili si allarga un po’. Vale per gli ambienti terrestri più inospitali e vale, indirettamente, anche per le riflessioni su dove cercare tracce di vita altrove. Un eucariote che tollera temperature estreme suggerisce che la complessità cellulare non sia necessariamente un limite alla sopravvivenza in condizioni difficili.

Restano parecchie domande aperte sul come. Quali adattamenti molecolari permettono a questa specie di mantenere stabili le proprie strutture interne mentre il calore fa il suo lavoro. Se esistano altri parenti stretti altrettanto resistenti, ancora non descritti. E quanto in alto possa arrivare davvero l’asticella prima che la biologia dica basta. Per ora il numero da ricordare è quello: 145 gradi Fahrenheit, poco più di 63 gradi centigradi, il punto in cui l’ameba di fuoco continua a dividersi tranquillamente mentre praticamente ogni altro organismo del suo dominio avrebbe già smesso di esistere. Un record che appartiene a una cellula singola, invisibile a occhio nudo, e che ridefinisce i limiti di tolleranza termica conosciuti per piante, animali e tutti i loro parenti.

Fonte: TecnoAndroid

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