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Parlare di statistiche energetiche rischia spesso di trasformarsi in un esercizio di stile per contabili, ma se proviamo a guardare oltre le colonne di cifre fornite da Eurostat, ci accorgiamo che il 26,7% di energia rinnovabile destinata a scaldare e raffrescare le nostre vite nel 2024 è un numero che vibra di storie concrete.
Non stiamo discutendo solo di massimi sistemi, ma di come decidiamo di scaldare il caffè al mattino o di quanto ci costa mantenere fresca la camera da letto durante le estati sempre più torride. Quel dato ci dice che, rispetto a vent’anni fa, abbiamo praticamente raddoppiato la nostra indipendenza dai combustibili fossili in un settore che, storicamente, è sempre stato il più pigro e difficile da smuovere. Eppure, nonostante il raddoppio rispetto all’ormai lontano 11,7% del 2004, c’è una sensazione di fiatone che emerge dall’analisi degli ultimi dodici mesi.
L’Europa avanza, ma la transizione sta rallentando
Il punto è proprio questo: stiamo camminando, ma non stiamo ancora correndo. Quel piccolo incremento dello 0,5% tra il 2023 e il 2024 ci suggerisce che il motore della transizione termica stia perdendo un po’ di smalto, viaggiando al di sotto della media storica di crescita. È come se fossimo arrivati a una salita più ripida e le soluzioni facili, quelle a portata di mano, fossero già state tutte implementate.
Le pompe di calore e le biomasse hanno fatto il grosso del lavoro finora, ma per fare il salto di qualità servono investimenti strutturali che vadano oltre il semplice cambio di una caldaia. Guardando la mappa del continente, ci accorgiamo di quanto l’Europa sia un mosaico di velocità diverse. La Svezia, con il suo incredibile 68% di rinnovabili, sembra appartenere a un altro pianeta rispetto a nazioni come l’Irlanda o il Belgio, dove la dipendenza dal gas e dal petrolio è ancora un’abitudine difficile da scardinare.
In questo scenario, l’Italia si muove con una timidezza che quasi disorienta. Essere al ventiduesimo posto con un modesto 20,1% non è solo una questione di classifica, ma il sintomo di un potenziale sprecato. Abbiamo il sole, abbiamo una conformazione geografica che permetterebbe uno sviluppo della geotermia molto più capillare, eppure abbiamo registrato persino un leggero passo indietro.
È un segnale che dovrebbe far suonare più di un campanello d’allarme, perché significa che le politiche di incentivo e la consapevolezza dei cittadini non stanno viaggiando alla stessa velocità delle necessità climatiche. Mentre quasi la metà dell’energia elettrica europea è ormai “verde”, il riscaldamento resta il vero collo di bottiglia della decarbonizzazione. È un settore viscerale, legato alle mura di casa e ad abitudini radicate, dove cambiare rotta richiede coraggio politico e una visione che non si fermi alla prossima scadenza elettorale.
I dati del 2024 ci dicono che la direzione è quella giusta, ma il ritmo attuale trasforma la maratona verso il futuro in una camminata un po’ troppo lenta per essere davvero efficace.