Humint è il titolo che sta facendo parlare di sé questa settimana sulla piattaforma, e non è difficile capire perché. Il film coreano diretto da Ryoo Seung-wan è entrato subito nella Top 5 di Netflix dopo il debutto, confermando un trend ormai consolidato: lo strapotere delle produzioni americane in classifica è un ricordo lontano, sostituito da titoli britannici, europei e soprattutto asiatici. Questa settimana, tra live action tratti da fumetti giapponesi e una serie thailandese come Red Line, è proprio questo action spy thriller a prendersi la scena.
Il titolo è un acronimo di HUMan INTelligence, termine che nel mondo dello spionaggio indica, semplificando, gli informatori (volontari e non) dai quali vengono estratte informazioni. E il film costruisce tutta la sua trama attorno a questa dinamica. Per un titolo del genere vale lo stesso discorso fatto per altri film arrivati direttamente in streaming come Peaky Blinders: The Immortal Man o l’imminente Apex: Humint sarebbe stato idealmente più adatto alla sala cinematografica, sia per spettacolarità che per respiro narrativo. In Asia il passaggio al cinema c’è stato, in Occidente no. Un vero peccato.
La trama di Humint: spionaggio, amore e tradimenti nella glaciale Vladivostok
Nella glaciale Vladivostok, crocevia di traffici illeciti al confine tra Russia e Corea del Nord, l’agenzia di spionaggio sudcoreana affida all’agente del Nis conosciuto come manager Zo (interpretato da Zo In-sung) il compito di raccogliere prove su un traffico di esseri umani. L’obiettivo è smantellare un sindacato criminale che controlla lo spaccio di una misteriosa droga letale soprannominata “bingdu”. Dopo aver perso un’informatrice nelle maglie della burocrazia, Zo coltiva il rapporto con una nuova talpa. Chae Seon-hwa (Shin Se-kyung), la hostess più bella e desiderata dell’Arirang, un club di Vladivostok gestito da cittadini nordcoreani.
A complicare l’operazione arriva Park Geon (Park Jung-min), ufficiale degli affari interni incaricato di eliminare gli elementi corrotti del regime, in particolare il viscido Hwang Chi-Seong (Park Hae-Joon). Geon è l’ex amante di Seon-hwa, e i tre finiscono coinvolti in un complotto politico che mette alla prova i limiti della morale, della lealtà e dell’amore.
Humint è prodotto da New (Next Entertainment World), la stessa casa di Train to Busan, New World e The Childe. Ryoo Seung-wan, spesso definito il Tarantino coreano, è veterano dei festival internazionali da Cannes a Berlino, da Toronto a Londra, e ha ridefinito i codici del genere action coreano con titoli come il revenge No Blood No Tears (2002), i polizieschi The Unjust (2010) e Veteran 1 e 2 (2015 e 2024), il bellico The Battleship Island (2017), Fuga da Mogadishu (2021) e Smugglers (2023). Degli ultimi tre suoi lavori, Humint incluso, il protagonista è Zo In-sung, attore elegante e altero che con il fenomenale Park Jung-min forma un duo memorabile.
Un’atmosfera da Guerra fredda e un finale al cardiopalma
Humint è ambientato ai giorni nostri ma possiede il fascino suggestivo di una spy story degli anni della Guerra fredda. Se non fosse per smartphone e altre tecnologie, ambientazione, scenografie, fotografia e atmosfera evocano gli anni ’40 e ’50. In una nebbia rarefatta che sembra calata nelle notti bianche dostoevskiane si muovono figure spietate. Un paio di loro, i due antieroi protagonisti, celano anime piene di passione e furore. Gli interpreti dedicano un certo sforzo nel lasciar trapelare, dietro agli sguardi da duri, l’anelito alla giustizia di Zo e la disperazione sentimentale di Park. È questa passione non verbalizzata, che nel caso del secondo sfocia nel romanticismo estremo, a contraddistinguere questa altrimenti algida spy story. Al centro di Humint c’è una storia d’amore contrastata, impossibile e tragica, e anche per questo a qualcuno ricorderà un capolavoro degli anni ’80 come Gorky Park.
Shin Se-kyung, che ha sostituito la kpop idol Nana tornando a un ruolo da protagonista dopo diversi anni, affronta una parte molto più difficile di quanto appaia. In apparenza un personaggio strumentale, la chiave della missione, deve risultare convincente come la donna per cui vale la pena morire. E ci riesce, con la sua sommessa e stoica grazia.
Il film ha come difetto non trascurabile una trama esile, ma gli ottimi attori e un grande regista rimediano ampiamente. Quel disperato romanticismo si sposa perfettamente alla violenza estrema degli ultimi trenta minuti al cardiopalma. Come aveva già mostrato Nicolas Winding Refn in Drive, niente scatena la violenza più efferata del desiderio di un uomo innamorato di salvare la donna che ama. Ryoo dedica l’ultima parte del film a un’operazione di salvataggio che si risolve in un lunghissimo, estenuante scontro all’ultimo sangue, pieno di disperazione e brutalità. Tra trovate geniali come le teche antiproiettile e coreografie da antologia come l’ultimo fulminante triello, Ryoo regala sequenze d’azione che coniugano perfezione tecnica e carica emotiva, rievocando i fasti dei migliori action dell’era dell’heroic bloodshed di Hong Kong e onorandone l’esasperato sentimentalismo.