Basta un organismo microscopico per spazzare via intere popolazioni di anfibi, e questo fungo lo sta facendo da anni sotto gli occhi degli scienziati. Si tratta del Batrachochytrium dendrobatidis, conosciuto tra gli addetti ai lavori come fungo chitride, e il suo curriculum è a dir poco inquietante. Nessuna altra malattia infettiva, nella storia documentata, ha causato tante estinzioni quante ne ha provocate questo agente patogeno. Rane e rospi di ogni continente hanno pagato un prezzo altissimo, e in molti casi il conto non è ancora chiuso.
Il meccanismo con cui agisce questo fungo letale è tanto semplice quanto spietato. L’organismo attacca la pelle degli anfibi, un tessuto che per queste creature non serve soltanto a rivestire il corpo ma svolge funzioni vitali, dalla respirazione alla regolazione dei liquidi. Quando il chitride colonizza la superficie cutanea, compromette proprio questi processi, portando gli animali a un declino spesso irreversibile. Ecco perché parlare di semplice infezione riduttivo, qui si parla di collassi ecologici che hanno colpito ecosistemi interi.
La sorpresa arriva dai Pirenei
Non tutte le popolazioni, però, sembrano destinate a soccombere. Alcune comunità di anfibi che vivono tra le montagne dei Pirenei hanno mostrato qualcosa che ha attirato subito l’attenzione dei ricercatori, una capacità di resistere al patogeno che le distingue dalle altre. E la spiegazione, per quanto affascinante, ha radici nella biochimica di questi animali.
La chiave sembra risiedere in particolari peptidi cutanei, molecole prodotte dalla pelle stessa degli anfibi che agirebbero come una linea di difesa naturale contro l’aggressione del chitride. Non tutti gli individui li producono nella stessa quantità o con la stessa efficacia, e questo potrebbe spiegare perché certe popolazioni riescano a convivere con il patogeno mentre altre vengono decimate. Un dettaglio che apre scenari interessanti per chi studia la conservazione delle specie a rischio.
Capire come funzionano questi peptidi e perché alcune popolazioni ne siano più ricche rappresenta una delle sfide più stimolanti per la ricerca attuale. La resistenza osservata sui Pirenei potrebbe infatti offrire indizi preziosi, non solo per proteggere gli anfibi europei ma anche per immaginare strategie applicabili altrove, dove il fungo continua a mietere vittime senza sosta.
La vicenda degli anfibi e del loro nemico invisibile racconta bene quanto sia fragile l’equilibrio della natura, e allo stesso tempo quanto sia sorprendente la capacità di alcune specie di trovare vie di scampo là dove sembrava impossibile. Il Batrachochytrium dendrobatidis resta uno dei protagonisti più temuti tra i patogeni animali, ma la scoperta di queste sacche di sopravvivenza tra le montagne offre un contrappunto che merita di essere seguito con attenzione dalla comunità scientifica.


