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Francia, il divieto social per gli under 15 bocciato: cosa succede ora

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Il divieto di accesso ai social per gli under 15 in Francia non entrerà in vigore, almeno non nella forma appena approvata dal Parlamento. Il Consiglio costituzionale ha bloccato tutto, giudicando la misura una limitazione sproporzionata della libertà di espressione dei minori. Un colpo secco, arrivato dopo un iter legislativo che sembrava ormai chiuso e che avrebbe reso la Francia il primo paese europeo a mettere nero su bianco una soglia di età per l’ingresso sulle piattaforme.

La sconfitta politica è pesante soprattutto per Emmanuel Macron, che su questo dossier si era esposto in prima persona. Il presidente francese aveva spinto perché il blocco diventasse legge in tempo utile per l’inizio del nuovo anno scolastico, con data di attivazione fissata all’1 settembre 2026. Un calendario studiato apposta, per far coincidere il giro di boa con il rientro in classe di milioni di studenti.

Perché il Consiglio costituzionale ha detto no al ban

La motivazione merita attenzione, perché non è una bocciatura in blocco del principio. I giudici hanno riconosciuto senza esitazioni che la protezione dell’interesse superiore del minore rappresenta un’esigenza di rango costituzionale. Il problema, semmai, riguarda l’ampiezza della norma. Il divieto avrebbe finito per colpire anche servizi di comunicazione online per i quali i rischi concreti per la salute e la sicurezza dei ragazzi non risultano accertati. Detto in parole semplici, si sarebbe usato un martello dove serviva forse un bisturi.

È una distinzione che pesa parecchio nel dibattito. Da mesi le associazioni che rappresentano le piattaforme sostengono che attorno al tema si sia creato un clima di allarmismo eccessivo, non sempre supportato da evidenze solide. La decisione francese, senza sposare quella tesi, finisce in un certo senso per dare ragione a chi chiede prove prima dei divieti. Il ragionamento del Consiglio è che una restrizione così ampia della libertà di espressione dei più giovani richiede una giustificazione altrettanto solida, servizio per servizio.

Nessuno a Parigi, però, ha intenzione di lasciar cadere il progetto. Macron avrebbe già dato mandato al premier Sébastien Lecornu di riscrivere il testo in tempi relativamente rapidi, con l’obiettivo di arrivare a una versione definitiva e a prova di ricorso entro la primavera 2027. Tutto da rifare, quindi, ma con una traccia già segnata dai rilievi dei giudici costituzionali, che di fatto indicano quali paletti andranno rispettati nella nuova stesura.

La partita si sposta a Bruxelles

Nel frattempo il baricentro della discussione rischia di spostarsi altrove. Poche settimane fa la Commissione ha avanzato una proposta che va nella stessa direzione ma con una soglia più bassa, ossia un ban per gli under 13 valido su scala continentale. L’annuncio è arrivato direttamente da Ursula von der Leyen, che ha anticipato come il testo verrà discusso ufficialmente dopo l’estate.

Se quel percorso dovesse andare in porto, sarebbe l’Europa a stabilire una regola comune per tutti gli Stati membri, superando di fatto le iniziative nazionali portate avanti in ordine sparso. Una prospettiva che cambia la natura stessa del problema, perché una norma continentale avrebbe un peso negoziale ben diverso nei confronti dei grandi gruppi tecnologici rispetto a una legge di un singolo paese, per quanto influente.

Resta il fatto che la Francia aveva scelto la strada più netta, quella dei 15 anni come soglia minima, e si è fermata sul più bello. Il tema dell’accesso dei minori ai social network continua a essere uno dei terreni più delicati del rapporto tra istituzioni e piattaforme digitali, con posizioni distanti tra chi invoca interventi immediati e chi chiede di misurare prima gli effetti reali. La nuova legge francese dovrà quindi nascere con basi molto più circostanziate, individuando servizi e rischi specifici invece di procedere con un divieto generalizzato che, per come era scritto, non ha superato il vaglio dei giudici.

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