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FIAT Panda del 1997 da record, 16mila km da Milano al Kazakistan

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Una FIAT Panda del 1997, senza aria condizionata e con il bagagliaio trasformato in una piccola officina ambulante, ha portato due ragazzi milanesi da Milano fino all’estremo est del Kazakistan. Non un modo di dire, non una boutade da bar: Yanez Fadda e Giulio Bottega hanno davvero macinato circa 16mila chilometri al volante di un’utilitaria di quasi trent’anni, iscrivendosi al Mongol Rally, la sfida non competitiva che ogni anno raccoglie appassionati da mezzo mondo e li spedisce verso oriente senza un tracciato obbligatorio. Nessuna assistenza, nessun percorso segnato, nessuna certezza sul giorno di arrivo.

Tutto è nato attorno a un tavolo, come spesso capita alle idee migliori. “È nato tutto un anno fa, durante un pranzo da mia zia in cui lei mi ha parlato di questo rally e mi sono subito appassionato. Ho lanciato l’idea ai miei amici sul nostro gruppo Whatsapp e Giulio mi ha appoggiato. Abbiamo iniziato subito a programmare il percorso e cercare l’auto”, ha raccontato Fadda, che nella vita lavora per un’agenzia di pubblicità.

Da Milano a Praga, poi verso oriente

La macchina, una Panda verde acqua personalizzata per non passare inosservata, è partita da Milano il 10 luglio con destinazione Praga, dove il 12 è scattata ufficialmente la corsa. Da lì in poi, tappe che sembrano prese da un atlante consultato a caso: Budapest, Ankara, Samarcanda, Chorug in Tagikistan, centinaia di chilometri al giorno senza lunghe pause. Il traguardo era fissato a Öskemen, nell’est del Kazakistan. Sul profilo Instagram pdminc.4×4 i due hanno documentato passo per passo l’impresa.

Il regolamento del rally è particolare e spiega bene lo spirito della cosa: il veicolo deve avere almeno 10 anni e un motore da massimo 1.300 cc. Il risultato è un carrozzone di mezzi improbabili. “Si è presentata una famiglia di americani con uno school bus giallo e lo hanno accettato, ma ne abbiamo viste di tutti i colori: auto a livello di sfasciacarrozze, senza un minimo di manutenzione. Noi in confronto siamo messi benissimo”, ha commentato Bottega, che meccanico non è, ma di motori qualcosa capisce.

Gli imprevisti, però, non hanno risparmiato nemmeno la Panda. A un certo punto la corsa si è fermata e i due si sono ritrovati a fare l’autostop, recuperando un passaggio su una bisarca guidata da due camionisti uzbechi che non capivano una parola di italiano. “Sai quando parti, ma non sai né dove né quando arrivi”, ha sintetizzato uno dei due protagonisti.

Quarantacinque gradi nell’abitacolo e la Pamir Highway

Il calore è stato uno degli avversari più duri. Nella regione del Mangistau, dentro quell’abitacolo di ferro senza climatizzatore, la temperatura ha toccato i 45 gradi. Eppure la vettura torinese ha retto meglio di tanti altri equipaggi. “Alcuni team non sono arrivati neanche alla partenza perché hanno spaccato la macchina prima, altri si sono dimezzati. C’è uno che si iscrive da tre anni e non riesce mai a partire”, hanno raccontato i due amici con un pizzico di orgoglio.

Il tratto più difficile resta la Pamir Highway, la seconda strada più alta del mondo. “Ha messo a dura prova nervi e fatica fisica: è stato veramente pesante. È un tratto quasi tutto sopra i 4mila metri e ti manca l’ossigeno. Abbiamo dormito a 3.900 metri e ci siamo svegliati con un forte mal di testa, ma i paesaggi che abbiamo visto, al confine con l’Afghanistan e con la Cina, hanno ripagato tutta la fatica”, hanno confessato alla fine.

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