Ferrari Luce ha centrato in appena due mesi il traguardo di vendite che l’azienda si era fissata per tutto il 2026, e sulla carta sembrerebbe la classica storia a lieto fine. La prima vettura totalmente elettrica del Cavallino Rampante ha superato il target previsto, secondo quanto emerge dalle cronache finanziarie britanniche. Peccato che, appena si gratta un po’ sotto la superficie, il quadro si faccia molto più intricato di così.
Numeri che raccontano una strategia, non una rivoluzione
Il target per il 2026 era di poco meno di 500 unità, con un prezzo di partenza fissato a 550.000 euro. Va detto che Ferrari costruisce da sempre la propria identità sull’esclusività e sui volumi contenuti, quindi piazzare mezzo migliaio di hypercar in soli due mesi resta comunque un risultato di peso sul piano finanziario. Ma è il piano a lungo termine a raccontare la vera intenzione dietro l’operazione.
Le previsioni parlano di circa 2.500 vetture consegnate entro il 2030, una media di 600 all’anno. Tradotto in percentuale, si tratta appena del 5% delle vendite totali annue della casa. Più che una svolta epocale, la mossa tracciata dall’amministratore delegato Benedetto Vigna assomiglia a un contenimento studiato nei minimi dettagli. L’obiettivo pare quello di testare il terreno dell’elettrico con volumi centellinati, senza intaccare quel margine operativo del 30% che il business dei motori a benzina continua a garantire.
Il design che divide e il pubblico che conquista
Il vero punto dolente di Luce, quello che stride di più con la storia di Maranello, sta nel suo linguaggio estetico. La scelta di affidare il progetto a Jony Ive, il designer diventato leggenda in Apple, ha prodotto proprio ciò che molti temevano: un oggetto di design industriale più che una scultura in movimento, come vuole la tradizione italiana. Sui social e tra i critici c’è chi l’ha paragonata a modelli asiatici di massa, ben più economici.
Un’accusa dura, certo, ma che ha una sua logica se si guarda a chi la sta comprando. L’auto sta raccogliendo grandi consensi in Cina e tra gli imprenditori tech della Silicon Valley. Sembra pensata su misura per un pubblico asiatico e americano, per il quale l’estetica pulita da dispositivo elettronico vale più del fascino viscerale delle granturismo di una volta. Non stupisce che l’ex presidente Luca Cordero di Montezemolo abbia chiesto addirittura di togliere alla vettura lo stemma del Cavallino Rampante.
Lancio che non aveva soddisfatto
Al lancio si è aggiunto un capitolo poco piacevole in Borsa, con le azioni che hanno perso oltre l’8% nella prima seduta dopo la presentazione di maggio. A luglio è poi arrivata l’uscita di scena di Enrico Galliera, storico responsabile marketing e commerciale, sostituito da un ex dirigente BMW. Ferrari ha chiarito che l’avvicendamento era già stato pianificato prima del debutto di Luce, ma il tempismo, coincidendo col periodo più turbolento per l’immagine del marchio, qualche interrogativo tra gli analisti l’ha comunque sollevato.
Il dettaglio più rivelatore riguarda però le reti di vendita. Le fonti vicine all’azienda raccontano che i dealer hanno ricevuto istruzioni precise: non spingere in alcun modo i collezionisti tradizionali verso l’elettrico. Qui sta l’ammissione più sincera del management, la consapevolezza di aver realizzato un prodotto che non parla al cuore del ferrarista di vecchia data. La prima Luce di produzione finirà all’asta per beneficenza ad agosto durante la Monterey Car Week, con Sotheby’s che stima una battuta superiore al milione di euro. Cifra che, data la natura filantropica dell’evento e la targa numero zero, verrà con ogni probabilità raggiunta o superata.


