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La bonifica della cosiddetta fabbrica degli orrori di St. Mary’s, in Canada, è finalmente iniziata, e per chi abita nei dintorni significa la fine di un incubo olfattivo durato più di vent’anni. Non c’era nessun impianto in funzione, nessuna ciminiera, nessun ciclo produttivo da fermare. Il problema era ciò che era stato semplicemente lasciato lì, dentro un capannone dismesso, a fermentare per due decenni sotto il sole e sotto la neve.
Il conto è presto fatto, ed è impressionante nella sua semplicità: circa 110 grandi serbatoi, ognuno con oltre 11.000 litri di salsa di pesce fermentata al suo interno. Numeri che, messi in fila, spiegano perfettamente perché l’aria in quella zona fosse diventata irrespirabile. Non un cattivo odore passeggero, non la classica zaffata che arriva e poi svanisce. Qualcosa di stabile, persistente, che si è insinuato nella vita quotidiana di un piccolo centro abitato senza chiedere il permesso.
Come una fabbrica abbandonata è diventata un problema di tutti
La dinamica è quella tipica dei siti industriali dismessi che nessuno rivendica più. L’attività chiude, i macchinari restano, le materie prime pure. E quando le materie prime in questione sono migliaia e migliaia di litri di pesce in salamoia destinato alla fermentazione, il tempo lavora contro tutti. La fabbrica abbandonata di St. Mary’s non ha smesso di produrre qualcosa: ha continuato a produrre odore, ininterrottamente, per oltre vent’anni.
Chi vive in una comunità piccola sa bene quanto un problema del genere possa diventare centrale. Non è una questione estetica né un fastidio marginale. Finestre chiuse, giornate all’aperto compromesse, la sensazione costante che ci sia qualcosa di sbagliato nell’aria che si respira. Ed è proprio da questo disagio quotidiano che sono nate le richieste, ripetute, ostinate, arrivate dai residenti anno dopo anno perché qualcuno intervenisse davvero.
Serbatoi, litri e una bonifica arrivata dopo anni di pressioni
Il punto interessante di questa storia è quanto tempo sia servito perché una cosa così evidente venisse affrontata. I serbatoi erano lì, visibili, contabili. Il contenuto era noto. Il problema era documentato dal naso di chiunque passasse in zona. Eppure ci sono voluti anni di segnalazioni prima che arrivassero i fondi necessari a smaltire tutto in sicurezza.
Perché è questo il nodo tecnico: 110 contenitori pieni di liquido organico in decomposizione avanzata non si svuotano con un secchio e una pompa da giardino. Servono procedure, autorizzazioni, personale attrezzato, un piano di smaltimento che tenga conto della natura del materiale. E servono soldi. La bonifica è partita solo quando il finanziamento è stato messo nero su bianco, dopo una lunga trafila di richieste da parte della comunità locale.
Vale la pena fermarsi un attimo sul dettaglio della salsa di pesce fermentata, che nella cucina asiatica è un ingrediente prezioso e usato con misura. Il paradosso è tutto qui: un prodotto alimentare apprezzato in tutto il mondo diventa un caso ambientale nel momento in cui viene abbandonato in quantità industriali e lasciato a se stesso. Undicimila litri per serbatoio non sono una porzione da cucina, sono una massa che si trasforma e rilascia composti volatili senza nessuno che li gestisca.
Ora i mezzi sono entrati nel sito e le operazioni di svuotamento sono in corso a St. Mary’s, dove per la prima volta da oltre vent’anni si intravede la prospettiva concreta di poter aprire le finestre senza pensarci due volte.









