In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni
La Commissione Europea si prepara a mettere nero su bianco una delle norme più attese degli ultimi anni, e il nome scelto dice già parecchio: EU KIDS Act. Si tratta di una proposta legislativa costruita attorno a un obiettivo preciso, cioè regolare il modo in cui i minori accedono a social media, piattaforme di condivisione video, giochi online e chatbot basati su intelligenza artificiale. La presentazione è fissata per giovedì 17 settembre, e l’impostazione generale è già delineata nei documenti preparatori circolati in questi giorni.
Il punto di partenza è noto a chiunque abbia un figlio con uno smartphone in mano. La protezione dei minori online resta uno dei terreni più scivolosi per i legislatori europei, stretti fra la voglia di intervenire e il timore di scrivere regole impossibili da applicare. Bruxelles ha scelto una strada intermedia, che non ricalca il modello australiano del divieto secco sotto i 16 anni ma prova a costruire una scala graduale di responsabilità.
Come funzionerebbe il sistema a fasce d’età
Il cuore della proposta è un meccanismo di account differenziati per età, articolato su tre livelli. Sotto i 13 anni sarebbero i genitori a occuparsi di tutto, aprendo e gestendo direttamente il profilo dei figli, con l’accesso limitato a servizi che rispettano standard di sicurezza elevati. Nessuna autonomia, quindi, e nessuna zona grigia.
La fascia tra i 13 e i 15 anni introduce una novità che nel testo viene chiamata account introduttivi. Sono profili depotenziati, con limiti sui contatti da parte di sconosciuti, tetti sul tempo di utilizzo dello schermo e controlli parentali attivi per impostazione predefinita. Una sorta di fase di apprendistato digitale, insomma, prima del passaggio successivo.
Solo dopo i 15 anni arriverebbe la piena libertà, con la possibilità di aprire un account in autonomia senza passaggi intermedi. Le restrizioni più severe riguarderebbero in particolare le piattaforme social e di video sharing classificate come ad alto rischio, una categoria che però nei documenti preparatori resta ancora sfumata. Quali criteri verranno usati per decidere chi finisce in quella lista non è chiarito, e sarà probabilmente uno dei nodi più discussi durante il negoziato.
La spinta arrivata dai governi nazionali
L’EU KIDS Act non nasce dal nulla. Alle spalle ci sono mesi di pressioni da parte di diversi governi europei, con la Francia in posizione di apripista. Il presidente Emmanuel Macron ha spinto con insistenza sul tema, ma non è stato l’unico: anche Austria, Danimarca, Grecia e Spagna stanno lavorando a normative nazionali sullo stesso fronte.
Questo movimento parallelo spiega in buona parte la scelta dei tempi. Se ogni Stato membro procede in ordine sparso, il mercato unico digitale rischia di frammentarsi in una serie di regole diverse e incompatibili, con piattaforme costrette a implementare filtri differenti a ogni confine. Una cornice comune europea serve anche a questo, a evitare che l’attuazione diventi un mosaico ingestibile.
Il riferimento ai chatbot AI merita una riga a parte, perché segnala quanto rapidamente il perimetro della discussione si sia allargato. Fino a poco tempo fa il dibattito sui minori e la rete ruotava quasi esclusivamente attorno ai social, mentre ora gli assistenti conversazionali entrano nello stesso pacchetto normativo, trattati come servizi che possono avere un impatto diretto sui più giovani.








