Gli sciami di droni iraniani rappresentano oggi una delle minacce asimmetriche più insidiose nei teatri di conflitto moderni. Economici, prodotti in serie e capaci di saturare le difese nemiche con numeri impressionanti, questi velivoli senza pilota stanno ridefinendo il modo in cui si combatte. E mentre il mondo osserva con preoccupazione, c’è chi lavora da anni a contromisure efficaci: l’Ucraina, che ha imparato sulla propria pelle cosa significhi fronteggiare questa minaccia notte dopo notte.
Una strategia basata sui numeri, non sulla sofisticazione
La logica dietro i droni a basso costo lanciati dall’Iran è brutalmente semplice. Non serve che ogni singolo velivolo raggiunga il bersaglio. Basta mandarne abbastanza perché qualcuno, prima o poi, passi. I sistemi di difesa aerea tradizionali sono progettati per intercettare minacce ad alto valore come missili balistici o aerei da combattimento. Sparare un missile da centinaia di migliaia di euro contro un drone che ne costa poche migliaia crea uno squilibrio economico devastante nel lungo periodo.
Ed è proprio questo il punto. L’Iran non cerca la precisione chirurgica con ogni singolo attacco. Cerca di logorare le risorse difensive dell’avversario, costringendolo a scegliere cosa proteggere e cosa no. Una partita di attrito che, senza le giuste contromisure, rischia di pendere dalla parte sbagliata.
L’esperienza ucraina come possibile svolta
L’Ucraina ha affrontato gli Shahed 136 e le loro varianti fin dall’autunno del 2022, quando la Russia ha iniziato a impiegarli massicciamente contro infrastrutture civili e militari. Quella che all’inizio sembrava una sfida quasi impossibile si è trasformata, mese dopo mese, in un laboratorio a cielo aperto per lo sviluppo di tecnologie anti drone innovative.
Le soluzioni ucraine spaziano dai sistemi di guerra elettronica capaci di disturbare i segnali GPS su cui molti droni iraniani si basano per la navigazione, fino a droni intercettori più piccoli e agili, pensati per abbattere i velivoli nemici a una frazione del costo di un missile convenzionale. Alcune unità hanno perfezionato anche l’uso coordinato di mitragliatrici pesanti e sensori termici, creando reti difensive stratificate che non dipendono da un’unica soluzione tecnologica.
Il risultato è che il tasso di intercettazione dichiarato dall’Ucraina supera ormai stabilmente l’80 per cento in molte ondate di attacco. Un numero notevole, considerando il volume degli sciami e le condizioni operative spesso difficili.
Perché queste soluzioni interessano il resto del mondo
La questione non riguarda solo il conflitto tra Russia e Ucraina. I droni iraniani sono stati forniti o copiati da attori non statali in Medio Oriente, nel Corno d’Africa e potenzialmente altrove. Chiunque debba confrontarsi con questa minaccia guarda oggi a Kiev con interesse molto concreto.
Le tecnologie ucraine hanno il vantaggio di essere nate dalla necessità reale, testate sul campo e iterate con velocità impensabile per i normali cicli di approvvigionamento militare. Non si tratta di prototipi da fiera del settore difesa, ma di strumenti che funzionano ogni notte, quando le sirene suonano.