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Depressione post partum: una donna su cinque ne soffre

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La salute mentale materna resta uno dei capitoli meno raccontati della maternità in America Latina, un terreno dove la depressione post partum e l’ansia convivono con il silenzio delle famiglie e con sistemi sanitari che quasi mai fanno la domanda giusta al momento giusto. Il testo che segue contiene riferimenti a idee suicide.

Daniela Piñate passa parte delle sue giornate ad ascoltare donne che attraversano cambiamenti emotivi difficili durante la gravidanza o dopo il parto. Molte parlano di colpa, tristezza, ansia, paura. Altre riescono appena a mettere a fuoco che qualcosa dentro di loro è cambiato, senza saperlo spiegare. Dal Messico le accompagna attraverso il suo progetto Madre Terapia, condivide informazioni e, quando serve un intervento specializzato, le mette in contatto con psicologi o psichiatri.

Otto anni fa era lei a stare dall’altra parte. Venezuelana, viveva in Ecuador e aveva appena avuto la prima figlia. “Era una bambina molto desiderata e ho avuto una gravidanza da sogno”, racconta. Non aveva mai avuto problemi di salute mentale, ma dopo il parto ha iniziato a dormire meno e a sentirsi diversa, senza più quell’allegria che la caratterizzava. “Stavo diventando uno zombie”, dice. Continuava a occuparsi della bambina, la nutriva, la cambiava, la addormentava, mentre guardava il marito e la sorella rapportarsi alla neonata con una tenerezza che lei avrebbe voluto provare.

Depressione post partum: quando il corpo va avanti in automatico

Per una complicazione di salute la bambina è finita in terapia intensiva. Lì un neonatologo ha notato che Daniela seguiva le indicazioni quasi meccanicamente. “Non piangevo, non mi uscivano le lacrime. Stavo sopravvivendo”, ricorda. È stato quel medico a parlarle per la prima volta di depressione post partum. Una notte, tornata a casa mentre la figlia era ancora ricoverata, si è svegliata con il pensiero fisso che marito e bambina sarebbero stati meglio senza di lei. Durante quella crisi c’è stato un tentativo di suicidio. Lo ha raccontato al compagno, insieme hanno cercato aiuto, è arrivato il ricovero e poi il trattamento.

“Le donne hanno tre fasi della vita in cui il rischio di sviluppare un disturbo mentale è maggiore, una di queste è la gravidanza e il post partum”, spiega Laura Jiménez Aquino, medica specializzata in psichiatria perinatale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che una donna su cinque presenti una condizione di salute mentale durante la gravidanza o nel primo anno dopo il parto. In Messico, secondo i calcoli di Jiménez Aquino, tre donne su dieci sviluppano un disturbo mentale perinatale e il 75% non riceve né diagnosi né cura. Non esiste una rilevazione nazionale, i numeri arrivano da studi ospedalieri e gruppi specifici. Si parla molto di depressione, ma l’ansia è ancora più frequente e viene normalizzata.

“Capita a tutte”, la frase che chiude ogni discorso

Jennifer, nome di fantasia, 33 anni, vive a Città del Messico e ha lavorato come istruttrice in palestra fino a tre giorni prima del parto. Dopo la nascita del figlio il ritmo è cambiato bruscamente, dormiva pochissimo, ha lasciato il lavoro e sono arrivate le crisi d’ansia e gli attacchi di panico. “Ogni volta che allattavo provavo tanta tristezza o piangevo”, racconta. La consulente per l’allattamento le ha parlato del D-MER, il riflesso di eiezione del latte disforico, una reazione improvvisa che alcune donne sperimentano durante la poppata. Ginecologo, pediatra e medico di famiglia hanno tirato in ballo gli ormoni o una possibile depressione post partum, ma una diagnosi non è mai arrivata.

In famiglia si è sentita rispondere “capita a tutte e bisogna sopportare” oppure “perché sei triste se hai tutto?”. Le amiche coetanee, invece, l’hanno ascoltata. Alejandra Buggs Lomelí, psicoterapeuta e fondatrice del Centro de Salud Mental y Género, punta il dito sui mandati di genere: “Quando sentiamo di non esercitare quella maternità in modo abbastanza efficiente, diventiamo le nostre peggiori giudici”. L’immagine idealizzata della madre che risolve tutto per magia viene rinforzata da film, serie e social, ma anche dalla vita quotidiana, dove cura e crescita ricadono ancora in gran parte sulle donne, anche quando c’è un partner.

Il sistema che aspetta che la donna stia male

María Fernanda, 35 anni, ginecologa, aveva già avuto una crisi grave prima della prima figlia. Nel 2018 la diagnosi di ansia generalizzata e depressione maggiore, poi un periodo con idee e tentativi suicidi e un ricovero. Stabilizzata, ha deciso di restare incinta mantenendo il supporto psichiatrico. I suoi medici conoscevano la storia clinica, ma nessuno le ha mai chiesto come stesse. “Non so se davano per scontato che fosse tutto a posto”.

Dal 2016 la norma ufficiale messicana su gravidanza, parto e puerperio obbliga il personale sanitario a individuare segnali di depressione o altri disturbi mentali, in strutture pubbliche e private, però non indica una domanda concreta né impone un questionario. Bruma Palacios Hernández, psicologa clinica e coordinatrice del Laboratorio di Salute Mentale Perinatale dell’Università Autonoma dello Stato di Morelos, insiste sull’uso delle visite prenatali, dei controlli dopo il parto e perfino degli appuntamenti pediatrici per capire come dorme la madre e cosa la preoccupa. Uno strumento c’è, la Scala di Edimburgo per la depressione postnatale, nata nel Regno Unito nel 1987, dieci domande sulle ultime sette giornate, compilabile in pochi minuti e già adattata a lingue e Paesi diversi.

Averlo non basta. “Bisogna rivedere i nostri pregiudizi di genere, nella valutazione, nella diagnosi e soprattutto nell’intervento”, avverte Buggs. E Jiménez Aquino aggiunge: “Viviamo ancora un modello reattivo, in cui dipendiamo dal fatto che la donna stia male perché il sistema reagisca. Dovremmo trasformarci in un modello preventivo”. La stessa specialista ricorda che l’area copre anche stress post traumatico, disturbo ossessivo compulsivo, problemi di sonno e di alimentazione, disturbo bipolare e, più raramente, psicosi. María Fernanda oggi nelle sue visite ginecologiche chiede alle pazienti come si sentono in gravidanza e dopo il parto: “Do sempre tre nomi di esperti di salute mentale, perché ci vadano almeno una volta”.

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