Chi pensa di conoscere tutto sulle concept car Ford probabilmente dovrà ricredersi, perché negli archivi storici della casa americana si nascondono modelli sperimentali talmente curiosi da sembrare usciti da un film di fantascienza. Il Ford Heritage Vault, una delle raccolte di materiale storico più ricche mai messe a disposizione del pubblico da un costruttore, ha aggiunto di recente un mucchio di immagini mai viste prima, portando il totale a quasi 2000 scatti. Tra questi spuntano decine di prototipi che pochissimi appassionati hanno mai sentito nominare, alcuni con più di settant’anni sulle spalle.
La storia parte da lontano, dal 1954, con la FX-Atmos, sigla che stava per “future experimental atmospheric”. Il vicepresidente Lewis Crusoe fu chiaro fin da subito: non era pensata per la produzione, anzi non c’era nemmeno uno studio ingegneristico dietro. Eppure quelle pinne posteriori e quei fari allungati, all’epoca rarissimi, sarebbero diventati moda di lì a poco. Le cupole a bolla e gli spuntoni anteriori, per fortuna, sono rimasti un’eccentricità da museo. Tre anni dopo arrivò la La Galaxie, una lussuosa sei posti che immaginava già un sistema elettronico capace di fermare l’auto in caso di pericolo. Un’idea che avrebbe impiegato decenni per diventare realtà.
Dagli anni Sessanta agli esperimenti italiani
Gli anni Sessanta furono un terreno di gioco straordinario. La Cougar 406 del 1962 sfoggiava portiere ad ali di gabbiano, come la Mercedes 300SL, ma con apertura elettrica. Nello stesso anno la Ghia Selene II proponeva un design talmente avanzato e proiettato in avanti che oggi non passerebbe nemmeno un crash test. I passeggeri posteriori, tra l’altro, viaggiavano rivolti all’indietro. Curioso anche il caso dell’Allegro del 1963, che non aveva nulla a che vedere con l’Austin omonima e permetteva di regolare pedali e volante in più direzioni.
Tra i nomi più affascinanti spunta la Saturn II del 1968, definita da Ford una “variazione fuori di testa” della Thunderbird. Aveva radio CB, microfono, registratore portatile e una specie di navigatore primitivo con istruzioni salvate su una scheda da infilare nella console. Roba da pionieri. Poi c’è tutta la lunga collaborazione con Ghia, la casa di design torinese che Ford finì per comprare. Dalla Flashback del 1975 alle varie reinterpretazioni della Fiesta, come la Microsport, la Pockar e quella deliziosa Cockpit del 1981, una city car biposto in tandem da appena 349 chili spinta da un motorino Piaggio da 12 cavalli.
Aerodinamica estrema e idee mai realizzate
Le crisi petrolifere spinsero Ford a inseguire l’efficienza in modo quasi maniacale. Il risultato più clamoroso fu la Probe IV del 1983, con un coefficiente aerodinamico incredibile di 0,15, ottenuto inclinando il motore di 70 gradi e spostando il radiatore in coda per eliminare la griglia anteriore. Un capolavoro di ingegno. La Quicksilver del 1984 dimostrò invece che un’auto a motore centrale poteva ospitare comodamente cinque adulti, grazie al V6 da 3,0 litri montato in posizione trasversale.
Nel 1985 arrivò la Maya, biposto a motore centrale firmata Italdesign e non Ghia, con tanto di progetti per una produzione da 50 esemplari al giorno mai decollata. Tra le chicche tecniche più audaci c’è poi la Contour del 1991, che montava un motore a otto cilindri in linea piazzato trasversalmente sull’asse anteriore, una soluzione amata negli anni tra le due guerre ma mai usata da Ford su un’auto di serie. La presa di moto dal centro dell’albero riduceva quasi a zero il fastidioso effetto coppia sullo sterzo. Non mancano i fuoristrada, con la lunga genealogia dei Bronco sperimentali. Il DM-1 del 1990 portava il nome del suo giovane designer, Derek Millsap, e mostrava una carrozzeria in fibra di vetro a bassa resistenza con rinforzi in acciaio e posti per cinque persone.