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Cloudflare svela le cause più bizzarre dei blackout di Internet

Cloudflare ha messo in fila le cause più bizzarre e insieme più preoccupanti dei recenti disservizi di Internet in giro per il mondo, e il quadro che emerge è più fragile di quanto molti immaginino. Tempeste tropicali, terremoti, blackout, cavi in fibra tranciati, attacchi con droni e persino un errore di configurazione DNSSEC hanno mandato in tilt la connettività in aree diverse del pianeta. Il denominatore comune, secondo l’analisi basata sulla telemetria della rete globale dell’azienda, è uno solo: quando servizi e infrastrutture si concentrano in pochi punti, un guasto locale si trasforma in fretta in un problema su larga scala.

Come Cloudflare tiene d’occhio le interruzioni

Lo strumento che rende possibile tutto questo è Cloudflare Radar, che osserva in tempo reale il traffico HTTP mondiale attraverso la propria rete. In pratica rileva cali improvvisi, anomalie regionali e schemi che coincidono con eventi naturali, guasti alle infrastrutture oppure decisioni prese dai governi per limitare l’accesso alla rete. Episodi molto diversi tra loro, ma legati da un filo preciso: tutti hanno causato una riduzione netta della connettività.

Grazie al Radar Outage Center, ogni interruzione finisce catalogata per posizione, tipo di rete coinvolta, ambito geografico, causa probabile e finestra temporale. Così diventa possibile capire se dietro un disservizio ci sia il maltempo, un disastro naturale, un blocco imposto dall’alto, il taglio fisico di un cavo o un banale errore tecnico. Ne esce un ritratto piuttosto chiaro delle debolezze della rete mondiale.

Conflitti, blocchi governativi e data center sotto attacco

Uno dei casi più pesanti riguarda l’Iran, dove le limitazioni imposte durante il conflitto hanno tenuto a terra il traffico Internet per mesi. I primi segnali di ripresa arrivano il 26 maggio 2026, dopo circa 88 giorni di restrizioni durissime, ma la connettività non è più tornata ai livelli di prima, restando ben al di sotto dei valori precedenti. Un andamento tipico delle censure prolungate, dove nemmeno una riapertura parziale riporta le cose a posto. Gli effetti si sono allargati anche agli Emirati Arabi Uniti, con il traffico verso la regione cloud AWS me-central-1 rimasto ridotto dopo i danni subiti da alcune strutture negli attacchi con droni. Un promemoria utile: oggi un data center vale quanto un cavo sottomarino, e se salta lui saltano applicazioni e servizi anche senza toccare la rete tradizionale.

Poi ci sono i fenomeni naturali. Il tifone Sinlaku, tra i più violenti della stagione nel Pacifico, ha piegato l’isola di Guam: raffiche fortissime, alimentazione elettrica e sistemi idrici fuori uso, traffico crollato fino all’80% rispetto ai livelli attesi. In questi casi la rete non cade perché i router si rompono, ma perché manca la corrente per farli girare. In Venezuela due terremoti a distanza di un minuto hanno abbattuto la connettività insieme ai problemi sulla rete di Fibex Telecom, mentre a Saint Lucia un taglio accidentale della fibra ha ridotto il traffico nazionale di circa il 60% rispetto alla settimana prima.

Il pasticcio DNSSEC che ha spento i siti tedeschi

L’episodio più curioso resta quello della Germania, il 5 maggio. Durante il rinnovo delle chiavi usate da DNSSEC, il registro nazionale DENIC ha generato firme crittografiche non valide. I resolver, pensati per verificare l’integrità delle risposte DNS, hanno letto quelle informazioni come possibili manomissioni e hanno rifiutato di risolvere i domini con estensione .de, rendendo irraggiungibili migliaia di siti tedeschi. Il danno si è allargato anche alla posta elettronica e alle applicazioni che dipendevano dalla corretta risoluzione dei nomi. Il dettaglio quasi paradossale: durante il disservizio le interrogazioni verso i domini .de sono aumentate, segno che gli utenti continuavano a bussare alla porta generando ancora più richieste fallite. Basta un errore di configurazione in un registro nazionale per bloccare di fatto un intero dominio di primo livello.

Il filo che tiene insieme tutti questi episodi è sempre lo stesso: dipendere da pochi componenti centrali alza il rischio di interruzioni estese. Un solo registro DNS può condizionare un intero dominio nazionale, un unico provider può reggere gran parte della connettività di un Paese, una sola regione cloud può ospitare servizi vitali per migliaia di organizzazioni. Per questo contano sempre di più architetture distribuite, ridondanza geografica e procedure di ripristino rapide, capaci di evitare che un guasto locale diventi un blackout su scala mondiale.

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