Le conversazioni con Claude potrebbero essere finite su Google, e chi ha usato almeno una volta la funzione di condivisione dell’assistente di Anthropic farebbe bene a controllare. Non parliamo di un attacco informatico né di una fuga di dati nel senso tradizionale. È stata una combinazione tra una funzione pensata male e una protezione troppo debole, che ha trasformato scambi privati in pagine consultabili da chiunque.
La parte più delicata non riguarda tanto la tecnologia quanto il contenuto di alcune di quelle chat. Dentro c’era di tutto: strategie legali di avvocati in attività, frasi di recupero di portafogli di criptovalute, codice sorgente con credenziali di database scritte in chiaro, discussioni mediche personali, modelli finanziari aziendali riservati e roadmap di prodotto interne. Roba che, con ogni evidenza, non avrebbe mai dovuto comparire su un motore di ricerca.
Come una funzione di condivisione è diventata un problema di privacy
Il meccanismo dietro il pasticcio è più semplice di quanto sembri. Claude mette a disposizione un’opzione per creare un link pubblico a una conversazione, pensata per mostrare velocemente una chat a colleghi o amici. Il guaio è che quelle pagine non avevano i tag noindex corretti né gli header HTTP necessari per dire ai motori di ricerca di lasciarle fuori dall’indicizzazione. Anthropic si affidava al file robots.txt, ma i crawler di Google e Bing quel file lo ignorano quando trovano link diretti alle stesse URL pubblicati altrove, ad esempio su forum o social.
Il risultato è che digitando site:claude.ai/share su Google e altri motori di ricerca si poteva sfogliare una quantità sorprendente di conversazioni altrui. Ora sono state tutte rimosse, per fortuna, anche se in certi casi il danno ormai era fatto.
Non è la prima volta che succede nel settore. A OpenAI era capitato qualcosa di identico ad agosto 2025, quando Google aveva cominciato a indicizzare migliaia di conversazioni di ChatGPT. Segno che la lezione non era arrivata proprio a tutti.
C’è comunque una distinzione che vale la pena chiarire. Il problema tocca solo i piani Free, Pro e Max di Claude. Chi usa i piani Team ed Enterprise ha i link condivisi protetti da autenticazione aziendale, quindi visibili soltanto ai colleghi con un account attivo nella stessa organizzazione.
Cosa fare per mettere al sicuro le proprie chat
Per chi ha condiviso conversazioni, anche nel caso in cui adesso non risultino più visibili su Google, il percorso da seguire per evitare altri inconvenienti è piuttosto lineare. Basta aprire le impostazioni dell’account Claude e spostarsi nella scheda Privacy. Lì si trova la lista delle chat condivise, con un tasto Gestisci. A quel punto è sufficiente cliccare su Unshare su tutte quelle che non si vogliono più pubbliche.
Al di là del singolo caso, questa storia ricorda una cosa piuttosto banale ma spesso dimenticata. Qualsiasi funzione di condivisione su una piattaforma di intelligenza artificiale va maneggiata con cautela, tanto più quanto più delicato è l’argomento della conversazione. Incollare dati sensibili in una chat e poi condividerne il link equivale, di fatto, a pubblicare quei dati online. Che poi degli sconosciuti non dovrebbero metterci le mani è ovvio, ma tanto vale muoversi con la massima attenzione.


