Walmart ha sperimentato per diversi mesi la possibilità di vendere prodotti direttamente attraverso ChatGPT, integrando il proprio catalogo nell’esperienza conversazionale offerta dal chatbot di OpenAI. Una mossa che sulla carta sembrava geniale: intercettare i consumatori proprio nel momento in cui chiedono consigli, suggerimenti o confronti tra prodotti. Eppure i numeri raccontano una storia molto diversa da quella che ci si poteva aspettare. I tassi di conversione registrati durante il test sono risultati circa tre volte inferiori rispetto a quelli del sito e-commerce tradizionale di Walmart. Tradotto in termini pratici, gli utenti che interagivano con ChatGPT finivano per comprare molto meno rispetto a chi navigava normalmente sullo store online.
Il dato è significativo e merita di essere analizzato con attenzione. Non si tratta di un esperimento marginale: Walmart è il più grande retailer al mondo, e il fatto che abbia investito tempo e risorse per testare questo canale dice molto sull’interesse che il commercio conversazionale sta generando tra i big del settore. Allo stesso tempo, però, il risultato conferma un sospetto che molti analisti avevano già sollevato: parlare con un’intelligenza artificiale e comprare qualcosa sono due attività mentali profondamente diverse.
Perché gli utenti di ChatGPT comprano meno
Chi usa ChatGPT lo fa, nella stragrande maggioranza dei casi, con un’intenzione esplorativa. Si cercano informazioni, si confrontano opzioni, si fanno domande generiche. È un po’ come entrare in un negozio solo per dare un’occhiata: la predisposizione all’acquisto è bassa. Al contrario, chi apre il sito di Walmart o la relativa app ha spesso già un’idea precisa di cosa vuole comprare. Questa differenza nel cosiddetto intento d’acquisto spiega in buona parte il divario nei tassi di conversione.
C’è poi un altro aspetto che non va sottovalutato. L’esperienza di acquisto su ChatGPT è ancora piuttosto acerba. Non esiste un carrello nel senso classico del termine, la navigazione visiva è limitata e manca quella familiarità con il processo che rende fluido comprare su un sito di e-commerce consolidato. Gli utenti devono fidarsi di una raccomandazione testuale, senza poter sfogliare immagini multiple, leggere recensioni dettagliate o confrontare prezzi con la stessa immediatezza.
Il commercio su chatbot è davvero il futuro?
Il test di Walmart su ChatGPT non è stato un fallimento in senso assoluto, ma ha messo in luce limiti concreti. Il fatto che i tassi di conversione siano stati tre volte più bassi non significa che il canale sia inutile: potrebbe funzionare come strumento di scoperta del prodotto, una sorta di vetrina intelligente che poi porta traffico verso lo store vero e proprio. Ma pensare che le persone possano passare direttamente dalla conversazione all’acquisto, almeno oggi, sembra prematuro.
OpenAI dal canto suo sta lavorando per migliorare le funzionalità di shopping integrato, e altri retailer stanno osservando con grande attenzione i risultati di questo esperimento. Il punto chiave resta uno: per vendere online servono fiducia, abitudine e un’esperienza d’uso collaudata. ChatGPT ha molti pregi, ma trasformare una chiacchierata in una transazione richiede qualcosa in più di un semplice suggerimento ben formulato. Walmart continua comunque a mantenere attiva la partnership con OpenAI, segno che l’interesse strategico verso questo tipo di integrazione non si è esaurito nonostante i numeri iniziali poco incoraggianti.