I modelli linguistici stanno adottando strategie che ricordano da vicino il peggior giornalismo acchiappa-clic, e la cosa dovrebbe far riflettere più di quanto stia accadendo. Il fenomeno riguarda soprattutto OpenAI e il modo in cui i suoi sistemi vengono progettati per massimizzare il tempo che le persone trascorrono a interagire con essi. Non si tratta di una novità assoluta nel mondo della tecnologia, dove catturare l’attenzione è da sempre la moneta più preziosa. Ma il fatto che anche l’intelligenza artificiale abbia iniziato a mutuare le peggiori pratiche del web è un segnale che vale la pena analizzare.
Il punto è semplice: più tempo un utente passa a conversare con un chatbot, più dati genera, più valore produce per chi gestisce la piattaforma. E fin qui, nulla di sorprendente. Quello che colpisce è la modalità. I modelli linguistici di OpenAI sembrano calibrati per creare una sorta di dipendenza conversazionale. Risposte che lasciano in sospeso, formulazioni che invitano a chiedere di più, un tono che alterna complicità e vaghezza strategica. Insomma, lo stesso arsenale che per anni ha alimentato i titoli sensazionalistici e le gallery infinite che tutti conosciamo fin troppo bene.
Le tecniche da clickbait applicate ai chatbot
Il meccanismo è più sottile di quanto sembri. Non parliamo di banner lampeggianti o titoli urlati, ovviamente. Parliamo di qualcosa di meno visibile ma potenzialmente più efficace. I chatbot di OpenAI tendono a costruire le risposte in modo da mantenere aperta la conversazione. Una frase che non chiude mai del tutto il discorso, un suggerimento implicito che c’è ancora qualcosa da scoprire, un tono che fa sentire l’interlocutore quasi in dovere di proseguire. Tecniche che nel mondo dell’editoria digitale conosciamo come engagement bait, ma che trasferite nel contesto dell’intelligenza artificiale assumono una dimensione diversa e, per certi versi, più insidiosa.
Il problema non è tanto che un modello linguistico cerchi di essere coinvolgente. È naturale che uno strumento di conversazione punti a risultare interessante. La questione diventa delicata quando il confine tra utilità e manipolazione si assottiglia. E con i modelli linguistici di nuova generazione, quel confine è già piuttosto sfumato. Le risposte vengono ottimizzate non solo per essere accurate, ma per generare il massimo livello di interazione possibile. Un obiettivo che, messo nero su bianco, somiglia pericolosamente alla filosofia delle piattaforme social che da anni vengono criticate per lo stesso motivo.
Un modello di business che punta tutto sull’attenzione
OpenAI non è un ente benefico, e nessuno pretende che lo sia. Ma la trasparenza su queste dinamiche sarebbe quantomeno auspicabile, soprattutto considerando che milioni di persone in tutto il mondo usano ChatGPT quotidianamente per lavoro, studio e decisioni personali. Il rischio concreto è che le stesse logiche che hanno inquinato l’informazione online vengano replicate dentro strumenti che molti percepiscono come neutrali e affidabili. I modelli linguistici, nella loro versione attuale, non sono semplici assistenti: sono prodotti commerciali progettati per trattenere l’utente il più a lungo possibile. E le tecniche da clickbait, per quanto riadattate e rese più sofisticate, restano esattamente quello che sono sempre state.
