C’è qualcosa di affascinante – e allo stesso tempo un po’ inquietante – nel vedere come i chatbot siano diventati parte integrante della vita dei più giovani, quasi come lo furono i primi social network vent’anni fa. Solo che qui non si tratta più di condividere foto o status con gli amici, ma di costruire un rapporto diretto con un’intelligenza artificiale che risponde, consiglia, consola. Secondo il nuovo report “Me, Myself and AI” pubblicato da Internet Matters, oggi circa due terzi dei ragazzi tra i 9 e i 17 anni nel Regno Unito usano regolarmente un chatbot. Non occasionalmente: regolarmente.
Perché i giovani cercano conforto nei chatbot più di quanto pensiamo
Il preferito, per ora, resta ChatGPT, ma subito dopo ci sono Gemini di Google e My AI di Snapchat. E già questo dà una misura di quanto il fenomeno sia esploso. Perché non si tratta solo di curiosità o di strumenti usati per fare più in fretta i compiti. C’è una componente molto più profonda, quasi intima: molti ragazzi – soprattutto quelli più vulnerabili – parlano con i chatbot come se fossero amici. Per sfogarsi, per cercare conforto o per chiedere consiglio. Alcuni lo fanno perché, testualmente, “non hanno nessun altro a cui rivolgersi”.
Questa tendenza colpisce in modo particolare perché racconta non solo un cambiamento tecnologico, ma anche un vuoto. E in certi casi, una solitudine reale. È vero che ci sono filtri, moderazioni, limiti di età. Ma la realtà è che spesso questi strumenti vengono usati senza una guida adulta, senza una vera educazione al loro utilizzo. Il report rivela che meno della metà dei giovani ha parlato dell’affidabilità delle risposte con i genitori, anche se questi vorrebbero farlo. E a scuola? Poco meglio: tanti ne hanno sentito parlare, ma raramente c’è un dialogo profondo sull’uso consapevole dell’AI.
E mentre i chatbot diventano sempre più realistici, più empatici, più “umani”, cresce anche il rischio di affidarsi a loro in modo troppo ingenuo, dimenticando che – per quanto bravi – restano comunque strumenti. Non persone. La sfida, adesso, non è solo capire quanto possono essere utili, ma soprattutto come evitare che diventino dei surrogati affettivi, degli specchi vuoti a cui confidare tutto senza ricevere nulla di vero in cambio.