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Chang’e 7 verso Shackleton: la NASA teme di arrivare seconda

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Sul polo sud della Luna si sta giocando una partita che somiglia più a una corsa per il posto migliore in spiaggia che a una competizione scientifica, e il motivo è semplice: le aree davvero interessanti sono poche e piccole, e sia NASA sia la Cina hanno messo gli occhi praticamente sulle stesse. La domanda che ne esce è di quelle che sembrano ingenue ma non lo sono affatto. Se tutti vogliono atterrare negli stessi punti, chi decide chi può restarci? Jared Isaacman, amministratore della NASA, ha affrontato il tema durante una conferenza a Houston, e la preoccupazione che ha messo sul tavolo è concreta. Arrivare per secondi, secondo lui, potrebbe complicare parecchio l’accesso a quelle zone. Non si parla di un divieto formale, perché nessuno può rivendicare proprietà sul suolo lunare, ma di una questione molto più pratica: chi si installa per primo con hardware, strumenti e infrastrutture occupa fisicamente uno spazio che, in quelle aree, è ridottissimo.

Chang’e 7 e la corsa verso il cratere Shackleton

Il nome che compare con più frequenza in questa discussione è Chang’e 7, la missione robotica cinese diretta verso la regione del cratere Shackleton. La partenza è slittata all’inizio del 2027, e proprio questo rinvio viene letto dalla NASA come una finestra utile. L’agenzia americana punta infatti a raggiungere il polo sud lunare con il lander Blue Moon Mark 1 di Blue Origin accompagnato da due sonde, forse già nella primavera dello stesso anno. Poche settimane o pochi mesi di differenza, insomma, potrebbero pesare parecchio.

Va detto che l’attenzione su Shackleton non nasce per caso. Le rilevazioni spettrometriche raccolte negli anni indicano che alcune zone vicine al cratere restano permanentemente in ombra, mai toccate dalla luce solare, e che in quelle condizioni potrebbe essersi conservato ghiaccio d’acqua. Un dettaglio che cambia tutto, perché l’acqua sulla Luna non serve soltanto a bere. Serve a produrre ossigeno, serve come base per il propellente, serve a rendere sostenibile una permanenza lunga invece di una visita mordi e fuggi.

Perché lo spazio disponibile è così poco

Il punto critico è che i siti più promettenti occupano un’area limitata. Non si tratta di un continente da spartire, ma di fazzoletti di terreno con caratteristiche molto specifiche, in cui l’ombra permanente convive con la vicinanza a creste illuminate quasi di continuo, utili per l’energia solare. Mettere due programmi spaziali diversi nello stesso fazzoletto non è impossibile, però diventa scomodo in fretta, tra polveri sollevate dagli atterraggi, interferenze e sovrapposizioni operative. Chang’e 7, da parte sua, non prevede un semplice atterraggio statico. L’esplorazione dell’area dovrebbe avvenire con mezzi mobili, tra cui un rover e un veicolo progettato per compiere balzi, pensato proprio per raggiungere zone altrimenti inaccessibili come il fondo delle regioni in ombra. Una strategia che amplia il raggio d’azione della missione e, di conseguenza, l’impronta che la Cina lascerebbe su quell’angolo di Luna.

Una questione di tempi, non di trattati

Il nodo vero resta quello sollevato da Isaacman. Non esiste un arbitro che assegni le postazioni sul polo sud della Luna, e la presenza dell’acqua in quelle zone deve ancora essere verificata sul posto, non solo dedotta dalle misurazioni fatte dall’orbita. Quello che c’è, per ora, è un calendario che si stringe e due programmi che guardano nella stessa direzione con obiettivi simili.

Il ritardo di Chang’e 7 all’inizio del 2027 ha spostato gli equilibri, almeno sulla carta. Dall’altra parte, il lander Blue Moon Mark 1 punta a portare la NASA sul posto con qualche mese di anticipo, sempre che i tempi vengano rispettati, cosa che nelle missioni lunari non è mai scontata. Il primo che arriva non acquisisce diritti legali su nulla, ma si prende il vantaggio pratico di studiare per primo il ghiaccio d’acqua e di piazzare i propri strumenti dove serve.

Fonte: TecnoAndroid

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