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Canada guarda all’Europa sui minerali critici: nodo batterie USA

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Il Canada custodisce nel sottosuolo una delle più grandi riserve al mondo di minerali critici e adesso guarda con crescente interesse all’Europa, una scelta che rischia di creare più di un grattacapo agli Stati Uniti sul fronte delle batterie. Lo ha ricordato il premier Mark Carney davanti al Parlamento europeo a Strasburgo, rivendicando per il suo Paese «una delle più grandi dotazioni al mondo di minerali critici». Non è solo una faccenda geologica. Il Canada è tra i pochi Paesi occidentali in grado di mettere insieme risorse, capacità estrattiva, stabilità politica e quella filiera industriale che Washington e Bruxelles stanno cercando di costruire per ridurre la dipendenza dalla Cina.

Ecco perché il progressivo deterioramento dei rapporti tra Ottawa e l’amministrazione Trump assume anche un peso energetico. Per anni i due vicini hanno lavorato fianco a fianco su miniere, impianti di trasformazione e catene di approvvigionamento di grafite, cobalto e altri materiali strategici, tanto che Washington ha perfino usato il Defense Production Act per finanziare progetti minerari canadesi. E litio, grafite, nichel, rame, cobalto e terre rare non finiscono soltanto nelle auto elettriche. Alimentano reti elettriche, accumulatori stazionari, eolico, elettronica, data center e parecchie tecnologie militari.

La fame di nichel e il vantaggio di Ottawa

Nel 2020 Elon Musk approfittò della presentazione dei risultati di Tesla per rivolgere un appello alle compagnie minerarie: «Per favore, estraete più nichel». Dietro quella frase c’era un problema destinato a pesare sempre di più, perché per produrre milioni di accumulatori servono quantità enormi di metalli. Il nichel entra soprattutto nelle chimiche agli ioni di litio ad alta densità energetica, ma trova spazio anche nelle tecnologie dell’idrogeno, negli elettrolizzatori e in tanti impieghi industriali.

Secondo l’International Energy Agency nel 2024 il mondo ha consumato circa 3,37 milioni di tonnellate di nichel. Con le politiche oggi dichiarate si salirebbe a circa 5,69 milioni nel 2040. A cambiare davvero scala è però la quota legata alle tecnologie pulite, che passerebbe da 562 mila tonnellate a quasi 2,4 milioni, cioè quattro volte tanto. Il Canada non è il primo produttore mondiale, ma ha un vantaggio sempre più prezioso: appartiene al sistema economico e politico occidentale e dispone anche di litio, grafite, cobalto, rame e terre rare. Un mix difficile da trovare altrove, Australia a parte. La vera questione infatti non è quanto minerale esista, ma dove venga estratto e soprattutto raffinato. E per volumi, escluso il Canada, i Paesi con più nichel e capacità di raffinazione sono Indonesia e Russia, entrambi saldamente nell’orbita cinese.

Dalle miniere all’Africa, fino alla Groenlandia e agli abissi

Fino a poco tempo fa il Nord America marciava più compatto di quanto sembrasse. Gli Stati Uniti hanno investito in Louisiana oltre 85 milioni di euro in un impianto per lavorare la grafite, materiale di cui Ottawa è grande produttrice, così come dispone di ampie riserve di litio. I due Paesi sostengono insieme anche un progetto di raffineria di cobalto in Ontario, metallo strategico la cui estrazione è concentrata in Congo. Proprio l’Africa è diventata la seconda destinazione degli investimenti dell’industria canadese dopo le Americhe, con circa 32 miliardi di euro in attività minerarie e una presenza crescente in Repubblica Democratica del Congo, Mali, Sudafrica, Tanzania e Zambia. Il rame, abbondante in Congo e Zambia, sarà decisivo per l’elettrificazione ed è l’unica materia prima critica di cui avrà bisogno anche la Cina.

Poi ci sono le nuove frontiere. La Groenlandia ha concesso finora un centinaio di licenze estrattive, con Regno Unito, Canada e Australia in prima fila, e gli Usa potrebbero perdere parte del ruolo che oggi hanno anche grazie ai permessi ottenuti da Ottawa. Ancora più in basso, sui fondali oceanici, opera The Metals Company, società con sede legale in Canada che punta ai noduli polimetallici ricchi di manganese, nichel, rame e cobalto. Sostenuta dalla presidenza Trump anche con finanziamenti diretti del Pentagono, è stata la prima al mondo a chiedere di estrarre minerali in acque internazionali. Con i nuovi equilibri quell’investimento potrebbe rendere meno del previsto.

Perché l’Europa punta su Ottawa

In questo quadro le parole di Carney acquistano peso. L’Unione europea ha un mercato enorme, ricerca, industria avanzata e tecnologie di trasformazione, ma dipende dall’estero per molte materie prime. Il Canada possiede minerali, energia e un’industria estrattiva globale, però ha bisogno di mercati e capitali. Insieme al vantaggio dell’affidabilità, del rispetto ambientale e della vicinanza culturale, Ottawa diventa per Bruxelles un fornitore a basso rischio per quasi tutte le materie prime delle batterie, soprattutto con il conflitto con la Russia in corso e i rapporti incerti tra Europa e Cina. Per il Canada significa ridurre una dipendenza economica dagli Stati Uniti che per decenni è parsa quasi inevitabile, per Washington un duro colpo alla diversificazione del proprio portafoglio energetico.

Fonte: TecnoAndroid

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