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Australia vieta i brani AI in classifica: colpa di Madonna

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Una cover di Madonna rifatta con l’intelligenza artificiale è stata la scintilla che ha portato l’Australia a vietare i brani generati dall’AI nelle classifiche musicali. Il pezzo era già in cima alle vendite quando il suo autore ha ammesso, senza troppo clamore, che buona parte del lavoro non era opera di mani umane. Da lì la reazione a catena, fino all’aggiornamento delle regole da parte dell’organismo che gestisce le hit parade nazionali.

Il protagonista involontario di questa storia si chiama Josh Fawaz, DJ australiano fino a quel momento poco conosciuto, che aveva deciso di dare nuova vita a Like a Prayer, uno dei brani simbolo di Madonna. Il risultato ha funzionato oltre ogni previsione: primo posto nella classifica dance e in quella generale, oltre 48 milioni di ascolti su Spotify, spazio nelle playlist radiofoniche e più di 22 milioni di visualizzazioni su YouTube. Numeri da successo pieno, insomma, almeno finché non è emerso il dettaglio decisivo.

La cover che ha scoperchiato il vuoto normativo

Quella menzione all’intelligenza artificiale nei crediti è arrivata solo dopo, quando la polemica era già esplosa. Madonna non ha chiesto nulla a nessuno, ma la sua canzone si è trovata comunque al centro di un dibattito che riguarda molto più di una singola cover. Il punto è semplice: nessuna regola diceva chiaramente cosa potesse entrare o no in classifica quando dietro c’è una macchina.

Il caso ha dato ulteriore spinta alle posizioni del primo ministro Anthony Albanese, che già a luglio parlava di maggiori tutele per i creatori di contenuti davanti all’avanzata dell’AI. L’Australia, del resto, ha già dimostrato di non avere problemi ad alzare paletti sulle nuove tecnologie: è lo stesso paese che ha vietato i social network ai minori di 16 anni.

L’Australian Recording Industry Association, l’ARIA, si è mossa in tempi rapidi. L’associazione ha annunciato l’aggiornamento del proprio Codice di buona condotta, con entrata in vigore fissata al 31 agosto. Un segnale diretto a un’industria che davanti all’AI generativa continua a muoversi con cautela, e che diversi artisti locali hanno accolto con favore.

Cosa prevedono davvero le nuove regole ARIA

Il criterio scelto è quello del brano “sostanzialmente realizzato da un essere umano”. Tradotto: la voce principale e gli strumenti devono essere eseguiti da persone reali. Una formulazione che, tra l’altro, qualche dubbio potrebbe sollevarlo su compositori e DJ che da anni costruiscono musica interamente al computer, e non sono certo pochi. L’AI resta invece ammessa su mastering ed effetti come l’auto tune. Fuori dai giochi, quindi, solo i pezzi generati integralmente da una macchina.

C’è anche un obbligo nuovo di trasparenza: ogni artista dovrà dichiarare in modo esplicito qualsiasi ricorso all’intelligenza artificiale nel momento in cui sottopone il proprio brano all’ARIA. Niente più rivelazioni tardive nei crediti, come è accaduto con la cover di Like a Prayer.

I poteri dell’associazione non sono simbolici. L’ARIA può rimuovere un brano dalle classifiche, correggere retroattivamente le posizioni ottenute e perfino chiedere la restituzione di un trofeo già consegnato. Agli artisti e ai loro team resta però la possibilità di contestare un’esclusione considerata ingiusta, con una procedura di ricorso.

La scelta australiana non nasce dal nulla. Si appoggia alle linee guida internazionali definite dall’IFPI, la federazione mondiale dell’industria fonografica, e segue una strada già imboccata dalla Svezia all’inizio di quest’anno. Due precedenti che potrebbero spingere altri paesi a prendere posizione sulla stessa questione.

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