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L’acquisizione di Sonera da parte di Apple è il tipo di operazione che passa quasi in silenzio e poi, a guardarla bene, racconta molto più di quanto sembri. Si parla di una startup californiana piccola, specializzata in sensori magnetici non invasivi capaci di leggere l’attività neurale e muscolare, e la direzione che questa tecnologia potrebbe prendere dentro l’ecosistema di Cupertino tocca due strade diverse: da un lato il monitoraggio di condizioni neuromuscolari su Apple Watch, dall’altro qualcosa che fino a poco tempo fa sembrava roba da fantascienza, cioè il controllo dei dispositivi con il pensiero senza dover ricorrere a impianti cerebrali.
Vale la pena partire dall’inizio, perché il profilo dell’azienda spiega parecchio. Sonera nasce nel 2018 a Berkeley, fondata da Nishita Deka e Dominic Labanowski, all’epoca dottorandi in ingegneria elettrica alla UC Berkeley. Il nome finisce sotto i riflettori nel 2023, quando arriva un round seed da circa 9,5 milioni di euro guidato da Amplify Partners. L’ambizione dichiarata era piuttosto chiara: rendere l’imaging cerebrale economico e portatile quanto un cardiofrequenzimetro, rilevando l’attività del cervello con metodi più rapidi ed economici ma senza sacrificare le prestazioni.
Perché i sensori di Sonera cambiano le regole del gioco
Qui entra in scena la parte tecnica, che però si capisce bene anche senza laurea in neuroscienze. L’elettroencefalografia, la classica EEG, misura l’attività elettrica dei neuroni con elettrodi appoggiati sullo scalpo. Funziona, è diffusa, costa relativamente poco, ma ha un limite fisico difficile da aggirare: il segnale si indebolisce mentre attraversa cranio e liquidi cerebrali, e quello che arriva ai sensori è una versione sfumata di quello che accade davvero sotto.
La magnetoencefalografia, la MEG, risolve in buona parte il problema perché non legge l’elettricità ma i campi magnetici generati dall’attività neurale, offrendo una risoluzione spaziale molto più alta. Il prezzo da pagare, però, è pesante. Servono macchinari enormi, con sensori raffreddati a temperature criogeniche intorno ai 270 gradi sotto zero, e un singolo apparecchio può arrivare a costare qualcosa come 2,6 milioni di euro. Roba da ospedali e centri di ricerca, non da uso quotidiano.
Sonera ha lavorato proprio su quel collo di bottiglia, sviluppando sensori magnetici che funzionano a temperatura ambiente. Niente raffreddamento, niente ingombri assurdi, costi tagliati in modo drastico. È la differenza tra una stanza dedicata e qualcosa che, almeno in teoria, si può indossare.
Cosa potrebbe farne Apple
Le applicazioni immaginabili sono due, e nessuna delle due è banale. La prima è sanitaria e si incastra perfettamente con la strategia che Apple segue da anni sul fronte salute: sensori sempre più sofisticati al polso, dati raccolti in continuo, individuazione precoce di anomalie. Con una tecnologia in grado di leggere l’attività neurale e muscolare, il monitoraggio di condizioni neuromuscolari diventa un terreno concreto per un futuro Apple Watch.
La seconda strada è quella dell’interazione. Se un sensore riesce a captare i segnali dell’attività cerebrale e muscolare senza penetrare nulla, senza chirurgia e senza elettrodi impiantati, si apre la possibilità di controllare un dispositivo attraverso l’intenzione di muoversi, o direttamente attraverso il pensiero. È una prospettiva che si distingue in modo netto dalle soluzioni invasive esplorate da altri attori del settore, dove l’impianto è parte integrante del progetto.








