Apex è il nuovo survival thriller disponibile su Netflix dal 24 aprile 2026, con Charlize Theron protagonista assoluta tra le vette australiane. La premessa è semplice e collaudata: una donna sola nella natura selvaggia, un uomo che decide di darle la caccia. Il film parte come una sorta di rivisitazione di Cliffhanger, con Theron nei panni di Sasha, un’appassionata di sport estremi che scala una vetta norvegese insieme al partner Tommy, interpretato da Eric Bana. Solo che Tommy è quello esperto, mentre Sasha è l’arrampicatrice impulsiva e meno preparata. Quando la montagna se lo porta via, il lutto la spinge a cercare solitudine e adrenalina il più lontano possibile dal resto dell’umanità, un po’ come succedeva nel seminale horror al femminile The Descent. Sasha sceglie le Blue Mountains australiane per la sua avventura in solitaria. Ed è lì che incrocia Ben, un bracconiere dall’atteggiamento inquietante interpretato da Taron Egerton, che decide di trasformarla nella sua prossima preda.
La montagna raccontata benissimo, il resto un po’ meno
Se c’è qualcosa che il regista islandese Baltasar Kormákur sa fare davvero bene, è raccontare la montagna. Lo aveva già dimostrato con Everest, uno dei migliori film mai realizzati sull’alta quota, e torna a farlo con Apex ogni volta che Sasha affronta una scalata. Le inquadrature tolgono il fiato, gli scorci dall’alto provocano autentiche vertigini, e Kormákur riesce a trasmettere l’eccitazione dello spirito avventuriero anche a chi sta comodamente sprofondato nel divano. Tutte le riprese che si concentrano sulla bellezza e sui rischi della natura sono spettacolari: panorami infiniti, cascate selvagge, grotte misteriose. Però c’è un problema. Forse perché viene da un paese non particolarmente rigoglioso, Kormákur sembra essersi dimenticato degli animali. A parte un serpentello, le foreste australiane di Apex risultano stranamente deserte. Nessuna creatura che morda i piedi nudi dell’eroina, nessun insetto, nessun uccello. Non si capisce nemmeno cosa caccino di solito Ben e i suoi compagni.
La zona scelta da Sasha, tra l’altro, sarebbe famosa per il numero impressionante di persone scomparse, presumibilmente a causa della pericolosità dell’ambiente. Eppure, misteriosamente, a nessuno è mai venuto in mente di approfondire la questione o incrementare le ricerche. E nessun cadavere è mai stato rinvenuto, neanche un pezzetto. Altro elemento che non torna: quando Ben comincia la caccia, Sasha non sembra mai considerare che una donna alta quasi un metro e ottanta, capace di arrampicarsi sulle rocce con due dita, potrebbe tranquillamente competere in forza fisica con un uomo tutt’altro che atletico.
Ritmo alto ma troppe falle nella trama di Apex
Il cuore di Apex, che coincide con la fase della caccia vera e propria, ha un ritmo davvero efficace. Che si tratti di una scena di rafting, di un’arrampicata o di una fuga trafelata tra gli alberi, il film è teso e veloce. La durata contenuta, circa un’ora e mezza, aiuta a mantenere alta la tensione senza troppi tempi morti. Il problema sta in tutto quello che circonda l’azione pura. Quando Apex prova a spostarsi dal survival thriller al thriller psicologico o al dramma, le cose si sgonfiano rapidamente. Il dolore del lutto di Sasha aleggia come un ricordo annebbiato, mai davvero esplorato. I disturbi mentali di Ben e le sue perversioni da serial killer restano un pretesto vago, senza vera profondità. Anche il discorso sulla mascolinità tossica e sull’impossibilità per milioni di donne di andarsene tranquillamente in giro da sole rimane appena accennato, mai approfondito come avrebbe meritato.
Apex funziona come puro intrattenimento e offre una discreta dose di adrenalina. Per gli amanti della natura selvaggia e della montagna in particolare, le riprese sono un vero spettacolo, ma il fatto che il film sia uscito direttamente su Netflix e non al cinema penalizza parecchio l’impatto visivo di quei panorami mozzafiato: a meno di avere uno schermo particolarmente generoso, molto di quel fascino va inevitabilmente perso.