Quando a inizio giugno Seattle ha deciso di frenare l’espansione incontrollata dei data center AI sul proprio territorio, dietro quella scelta ci sono stati anche tre ingegneri di Amazon. Gli stessi tre tecnici, parte del gruppo Amazon Employees for Climate Justice (AECJ), si sarebbero poi ritrovati sotto indagine da parte del colosso dell’e-commerce. Il motivo? La loro partecipazione alle audizioni pubbliche del Consiglio comunale della città, dove si discuteva proprio del tema delle nuove infrastrutture per l’intelligenza artificiale.
La faccenda, raccontata così, sembra quasi banale. Tre dipendenti che prendono la parola in un’assemblea cittadina, espongono il loro punto di vista e tornano a casa. Solo che le cose, evidentemente, non sono andate in modo così lineare. Perché parlare di sostenibilità e di limiti alla crescita dei data center, quando lavori per una delle aziende che quei data center li costruisce a ritmo serrato, può diventare un problema più grosso del previsto.
La denuncia per violazione dei diritti civili
La vicenda ha preso in fretta una piega legale. Il gruppo AECJ ha presentato una denuncia formale, sostenendo che Amazon avrebbe violato una legge cittadina che vieta qualsiasi forma di discriminazione sul posto di lavoro. Tra i motivi protetti da quella norma ci sono anche le convinzioni politiche dei lavoratori, ed è proprio su questo punto che si gioca buona parte della contesa.
Durante le sedute pubbliche organizzate dal Consiglio comunale di Seattle, gli ingegneri non si erano limitati a fare presenza. Avevano chiesto regole più rigide sull’uso delle energie rinnovabili e maggiori tutele per chi lavora nel settore. E avevano spinto le istituzioni a rallentare la corsa alla costruzione di nuove strutture dedicate all’intelligenza artificiale.
Il loro ragionamento, in fondo, era piuttosto diretto. Secondo i tre, il comparto starebbe correndo per aumentare il più rapidamente possibile la propria capacità di calcolo, cercando di portarsi avanti prima che arrivino normative più severe. Una specie di gara contro il tempo, insomma, in cui chi costruisce di più adesso si garantisce un vantaggio quando le regole diventeranno più stringenti.
A questo punto la questione non riguarda soltanto i tre ingegneri o l’azienda. Tocca un tema molto più ampio, quello del peso ambientale ed energetico che l’espansione dell’intelligenza artificiale sta portando con sé. I data center consumano quantità enormi di energia e di acqua, e la velocità con cui se ne stanno costruendo di nuovi ha iniziato a preoccupare amministrazioni locali e cittadini in diverse parti del mondo.
La scelta di Seattle di mettere un freno va letta proprio in questa cornice. E il fatto che a sollevare la questione siano stati alcuni dipendenti della stessa Amazon, finiti poi sotto la lente di un’indagine interna, aggiunge un livello di tensione che difficilmente passerà inosservato. Da una parte un’azienda che difende le proprie strategie di crescita, dall’altra lavoratori che chiedono trasparenza e responsabilità su scelte destinate a lasciare il segno sul territorio per anni.