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Una causa pesante è finita sul tavolo di Amazon, accusata dalla FTC e da 22 stati americani di aver gonfiato in silenzio le tariffe delle proprie aste pubblicitarie per oltre sei anni. Il nodo, stando all’autorità federale, sono dei sovrapprezzi nascosti applicati a chi comprava spazi promozionali sulla piattaforma, con il risultato che gli inserzionisti hanno pagato di più senza saperlo. L’azione legale è stata depositata il 31 agosto 2026 e riguarda pratiche che, secondo l’accusa, sarebbero ancora in corso.
Il meccanismo descritto nei documenti è meno esotico di quanto sembri. Ogni volta che un utente clicca su una pubblicità sul sito, si attiva un’asta che stabilisce quanto paga l’inserzionista. La FTC sostiene che Amazon abbia inserito in quel calcolo delle voci non comunicate, facendo salire il conto finale in modo pressoché sistematico. Testuale, dalla causa: la società sarebbe riuscita a imporre sovrapprezzi occulti quasi ogni volta che un cliente cliccava su un annuncio.
Cosa contesta la FTC alle aste pubblicitarie di Amazon
Il punto centrale sono i cosiddetti prezzi di riserva non dichiarati, cioè soglie minime che alzano il costo dell’asta senza che chi compra ne sia informato. L’autorità parla di una pratica ben conosciuta all’interno del colosso del commercio elettronico, tanto che più dipendenti avrebbero sollevato la questione internamente senza ottenere un cambio di rotta. Una parte del fascicolo è stata oscurata, ma restano visibili alcuni passaggi tratti da documenti interni. Uno in particolare pesa: un memo riconosceva che l’uso di prezzi di riserva non comunicati faceva crescere i ricavi nel breve periodo, aggiungendo però che la scelta avrebbe danneggiato l’azienda nel lungo periodo.
Le cifre in ballo non sono simboliche. Secondo l’atto depositato, lo schema avrebbe permesso di estrarre illegalmente più di 18 miliardi di euro dagli inserzionisti ignari. Un ordine di grandezza che, nella ricostruzione della FTC, spiega bene perché la prassi sia proseguita nonostante gli avvertimenti interni. L’accusa aggiunge un secondo livello di danno: costi pubblicitari più alti finiscono per riversarsi sui prezzi dei prodotti venduti sulla piattaforma, quindi sui consumatori americani.
La replica di Amazon e il terreno dello scontro
L’azienda ha risposto con una nota lunga e nettamente polemica, respingendo sia l’impianto dell’accusa sia le conclusioni. Il passaggio più diretto riguarda proprio l’impatto sui consumatori: secondo Amazon, la causa non porta alcuna prova di aumenti di prezzo per chi acquista. L’iniziativa dell’autorità viene definita fuori strada e fondata su un fraintendimento di base del funzionamento delle aste pubblicitarie, un sistema che l’azienda descrive come più complesso di come viene rappresentato negli atti.
C’è poi un rilievo di metodo che la società mette in evidenza. Dopo aver esaminato circa 1,5 milioni di pagine di documenti relativi a sei anni di attività, la FTC si appoggerebbe a una manciata di comunicazioni semplificate per sostenere l’esistenza di un piano aziendale organizzato per ingannare i clienti pubblicitari. Una ricostruzione che Amazon giudica palesemente falsa, usando proprio questa espressione nel comunicato diffuso in risposta.
Il fronte che si apre è ampio, perché accanto all’autorità federale si sono schierati 22 stati, un elemento che allarga la portata geografica del contenzioso e moltiplica i soggetti coinvolti. La contestazione non riguarda un episodio circoscritto ma un periodo lungo, iniziato nel 2019 secondo la ricostruzione dell’accusa, e tocca il cuore di una delle divisioni più redditizie del gruppo. La pubblicità sui prodotti sponsorizzati è infatti diventata negli anni una voce di ricavo enorme per la piattaforma, alimentata da milioni di micro transazioni che si consumano nel tempo di un clic. Nella causa si insiste su un dettaglio che l’autorità considera aggravante: l’inganno, si legge, continuerebbe ancora oggi.










