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Agenti AI e propaganda: profili social gestiti senza umani

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Gli agenti AI stanno entrando nella cassetta degli attrezzi della propaganda online, e non si tratta più di ipotesi da convegno: Iran, Cina e alcune aziende israeliane avrebbero sperimentato sistemi capaci di gestire profili sui social con un intervento umano ridotto al minimo. Niente eserciti di impiegati davanti a uno schermo a copiare e incollare messaggi, ma software che pubblicano, rispondono, litigano, si sostengono a vicenda. Il salto è di natura pratica prima che tecnologica, perché abbatte il costo di una campagna di manipolazione e ne moltiplica la scala.

Per capire la portata della cosa serve tenere a mente tre ingredienti che, messi insieme, cambiano le regole del gioco. Il primo sono i modelli open weight, cioè sistemi di intelligenza artificiale i cui parametri sono liberamente scaricabili e utilizzabili, anche da chi non ha alle spalle un colosso tecnologico. Il secondo sono gli agenti software, programmi che non si limitano a generare un testo su richiesta ma portano a termine compiti in sequenza, con un obiettivo assegnato. Il terzo è l’accesso alle piattaforme, cioè la possibilità concreta di far agire quegli agenti dentro l’ecosistema dei social, dove le conversazioni si formano e si deformano.

Perché la propaganda automatizzata costa poco

La vecchia disinformazione organizzata aveva un limite fisiologico: le persone. Servivano operatori, turni, coordinamento, stipendi. Ogni account falso era, in ultima analisi, un pezzo di lavoro umano. Con gli agenti AI quel collo di bottiglia si allenta parecchio, perché lo stesso schema può essere replicato centinaia di volte senza aggiungere altrettante mani. È la ragione per cui si parla di folle artificiali: gruppi di profili che sembrano una comunità spontanea e invece sono la stessa istruzione ripetuta con variazioni sufficienti a non sembrare identica. Il dettaglio che rende la faccenda scomoda è proprio la verosimiglianza. Un bot di dieci anni fa si riconosceva quasi a occhio, tra errori di lingua, ripetizioni meccaniche e tempismo sospetto. Un agente costruito su un modello linguistico moderno scrive in modo credibile, adatta il tono, sostiene una conversazione, incassa una critica e ribatte. Chi legge non ha quasi nessun indizio evidente a disposizione.

Il nodo si sposta sui comportamenti coordinati

Se il singolo contenuto diventa indistinguibile da quello scritto da una persona, l’unico terreno utile per capire cosa sta accadendo è il comportamento coordinato. Non più la caccia al post falso, ma l’analisi degli schemi: profili che nascono nello stesso periodo, che intervengono in blocco sugli stessi argomenti, che si citano a vicenda formando un’eco chiusa, che mostrano ritmi di pubblicazione difficili da spiegare con una vita reale alle spalle. È un lavoro di pattern, più vicino all’analisi di rete che alla verifica dei fatti.

Il coinvolgimento contemporaneo di attori statali come Iran e Cina e di realtà private israeliane racconta anche un’altra cosa, cioè che questa manipolazione dell’informazione non appartiene a un solo modello politico o a un solo tipo di committente. Da un lato la sperimentazione condotta da apparati pubblici, dall’altro un mercato di servizi in cui l’influenza sui social è un prodotto da vendere, con clienti che restano dietro le quinte.

Resta il problema di fondo per chiunque passi del tempo sulle piattaforme: il dibattito pubblico si nutre della sensazione che dall’altra parte ci sia qualcuno. Quando quella sensazione può essere fabbricata in serie e a basso costo, il consenso apparente perde valore come segnale. Gli agenti AI, in questo senso, non inventano una tecnica nuova di propaganda, ma la rendono economica, veloce e replicabile su una scala che finora non era stata alla portata di chi la praticava.

Fonte: TecnoAndroid

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