Adobe ha deciso di mettere alla prova i suoi utenti con una novità piuttosto interessante. Da oggi Project Indigo, l’app fotocamera sperimentale pensata per iPhone, guadagna una serie di strumenti di editing fotografico basati sull’intelligenza artificiale generativa. Non è un rilascio su larga scala, però. Si tratta di un test limitato, riservato a una piccola fetta di persone e, come vedremo, con regole abbastanza precise su privacy e durata.
Chi ha seguito la storia di questa app se la ricorda bene. Poco più di un anno fa Adobe aveva presentato Project Indigo come una fotocamera gratuita e sperimentale, capace di offrire controlli manuali completi e un approccio più naturale, quasi da reflex, alla fotografia computazionale. Ad aprile poi era arrivata l’espansione verso alcuni iPad e verso iPhone 17e, con tanto di vista a griglia, filtri per le foto e diversi miglioramenti su stabilità e qualità delle immagini.
Adesso il passo successivo si chiama AI Playground. La logica dietro questa scelta è quella dell’esperimento nell’esperimento. Adobe lo offre gratis, senza bisogno di alcun accesso o registrazione, ma solo a una piccola percentuale di utenti e per poche settimane. L’obiettivo dichiarato è capire come le persone usano davvero l’editing basato su GenAI. Se la cosa dovesse funzionare, l’azienda potrebbe allargare il gruppo, prolungare la prova o lanciare altri esperimenti. E in prospettiva, arrivare a una versione a pagamento.
Adobe Project Indigo: come funziona l’AI Playground e cosa succede ai tuoi dati
Chi rientra tra i fortunati vedrà comparire una schermata iniziale che invita a partecipare all’esperimento. Nessun obbligo, tutto è opzionale. Per chi accetta, Adobe raccoglie soltanto la pressione dei pulsanti durante l’uso del Playground. Tradotto, l’azienda dichiara che non guarderà i prompt, né le immagini, non le caricherà sui propri server e non le userà per addestrare i modelli. Non essendoci alcun login, i dati raccolti restano anonimi.
Una volta dentro, si aprono quattro sezioni. La prima è Object Editing, che include pulsanti per rimuovere elementi di disturbo e per sfocare lo sfondo creando quella profondità di campo ridotta tanto amata. Nella rimozione dei distrattori si può scegliere tra varie categorie, aggiungerne di nuove scrivendo o dettando cosa togliere, e poi salvarle o cancellarle.
Poi ci sono gli Styles, che rielaborano lo scatto imitando tecniche artistiche tradizionali, con i pulsanti scelti tra quelle che funzionano meglio sulle foto di tutti i giorni. La terza sezione è Photo Guidance, un’idea curiosa: usare l’AI per dare consigli su come rifare o modificare uno scatto, un po’ come certi software fanno con le email o i curriculum. Trattandosi di un’app fotocamera, i suggerimenti riguardano sia il momento dello scatto sia la fase di modifica.
Infine il Custom Edit, che sblocca la potenza dei prompt testuali liberi. Qui il gioco si fa più creativo. Se gli Styles trasformano una foto in un’illustrazione disegnata a mano, il Custom Edit permette anche il percorso inverso, convertendo un disegno, un dipinto o una scultura in una fotografia.
Sotto il cofano Adobe utilizza il modello Nano Banana di Google, che però restituisce solo immagini in Standard Dynamic Range, anche quando lo scatto originale è in HDR. Per questo l’azienda ha costruito un modello di machine learning personalizzato che riporta le immagini SDR verso l’HDR. Un lavoro che, ammette Adobe stessa, non è perfetto e dipende molto da ciò che produce Nano Banana.
Un ultimo dettaglio conta parecchio. Le funzioni dell’AI Playground lavorano soltanto sulle immagini catturate con l’app. Per le foto importate da altre fonti il pulsante a forma di stella che apre il Playground resterà semplicemente grigio e inutilizzabile.