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Chi convive con l’ADHD conosce bene la fatica di restare concentrato su una singola cosa, eppure proprio quella attenzione che sembra scappare da tutte le parti potrebbe nascondere un vantaggio inatteso sul fronte della creatività. È la tesi di una ricerca firmata dalla neuroscienziata Radwa Khalil della Constructor University, pubblicata su iScience, che prova a raccontare il disturbo da un’angolazione diversa rispetto a quella abituale. Non solo un elenco di cose che non funzionano, ma anche un modo particolare di elaborare le informazioni che, incanalato bene, può produrre idee che altri non vedono.
Il punto di partenza è una contraddizione apparente. L’ADHD rende più complicate le attività quotidiane che richiedono concentrazione, controllo degli impulsi e attenzione prolungata. Allo stesso tempo, tratti collegati a questa condizione si ritrovano in artisti e innovatori di grande successo, da Justin Timberlake a Simone Biles. Come si tengono insieme le due cose? La ricerca, realizzata insieme a studiosi di diversi istituti francesi, prova a rispondere guardando alle reti cerebrali coinvolte.
Un faro più largo invece che un fascio stretto
Khalil usa un’immagine semplice per spiegare il meccanismo. L’attenzione funziona come un faro: la maggior parte delle persone riesce a puntare il fascio su un solo bersaglio, mentre i cervelli con ADHD hanno un faro più ampio, che raccoglie più informazioni contemporaneamente. Questa caratteristica complica le attività di routine che richiedono focus, ma allarga anche il campo visivo mentale. È quella che i ricercatori chiamano attenzione defocalizzata, e favorisce il pensiero esplorativo e la combinazione di idee lontane tra loro.
Un esempio concreto arriva dal pensiero libero associativo, la capacità di lasciare che le idee si muovano in direzioni impreviste. Da un lato produce intuizioni creative, dall’altro somiglia molto alla distraibilità e al vagare della mente che vengono descritti come sintomi tipici dell’ADHD. Stessa radice, esiti diversi a seconda del contesto.
“C’è la tendenza a guardare alle condizioni legate all’attenzione come l’ADHD soltanto attraverso la lente del deficit: cosa non va, cosa manca, cosa bisogna aggiustare”, ha spiegato Khalil. Secondo la ricercatrice, però, gli studi più recenti mostrano che attenzione e creatività si appoggiano in parte alle stesse reti neurali. I pattern attentivi neurodivergenti, quindi, non sono solo problemi: possono aprire strade a un pensiero creativo potente, se orientati nel modo giusto.
Arte, musica e danza come palestra per il cervello
Da qui la parte più interessante dello studio, intitolato “Attention Unleashed: creative therapy for thoughtful transformation”. I ricercatori ipotizzano che attività come arte, musica, danza, scrittura e persino il gaming possano offrire alle persone con ADHD un modo strutturato per dirigere ed esplorare quell’attenzione allargata. Non solo. Impegnarsi in un lavoro creativo potrebbe rafforzare le reti neurali che governano il controllo dell’attenzione, andando eventualmente a modificare i pattern legati a impulsività e iperattività.
“L’espressione creativa autentica è molto più di una piacevole distrazione”, ha aggiunto Khalil. “Coinvolge gli stessi circuiti neurali del controllo attentivo, in pratica è un allenamento per il cervello”. Per un bambino con ADHD, perdersi nel momento mentre disegna o suona uno strumento potrebbe davvero rinforzare la capacità di concentrarsi, lavorando insieme al suo stile cognitivo naturale invece che contro. La prospettiva riguarda una platea enorme, visto che l’ADHD interessa quasi l’8% dei bambini nel mondo. E aprirebbe la porta a interventi non farmacologici da affiancare a quelli già in uso.
Quello che ancora manca
Gli autori mettono però le mani avanti. Il legame tra creatività e attenzione resta in buona parte da chiarire, e lo studio propone piuttosto una cornice per la ricerca futura. Tra le raccomandazioni ci sono più collaborazione tra discipline diverse, nuovi approcci metodologici e studi longitudinali capaci di seguire i cambiamenti nel tempo.
Khalil sostiene che qualsiasi svolta significativa nel trattamento dell’ADHD passerà per uno sforzo collettivo che metta allo stesso tavolo neuroscienziati, arteterapeuti, clinici e altri specialisti. Costruire quella base interdisciplinare servirebbe a capire in quali situazioni gli approcci creativi funzionano meglio e in che modo potrebbero integrarsi con le terapie già disponibili.










