Sessant’anni di appartenenza cancellati con un annuncio che nessuno si aspettava davvero. Gli Emirati Arabi Uniti lasciano l’OPEC, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, con effetto dal primo maggio. Una decisione che ha colto di sorpresa buona parte degli osservatori e che, secondo gli analisti, lascerà il segno sul mercato mondiale del petrolio. La motivazione ufficiale parla della volontà di “concentrare gli sforzi su ciò che l’interesse nazionale impone”, ma è difficile non vedere un collegamento diretto con la paralisi dello stretto di Hormuz.
Non è la prima volta che un membro saluta il cartello. Il Qatar lo aveva fatto nel 2019, l’Ecuador nel 2020, l’Angola nel 2024. Eppure nessuna di quelle uscite aveva lo stesso peso specifico. Gli EAU sono il terzo produttore dell’OPEC, con circa 4 milioni di barili al giorno, vale a dire oltre il 4% della produzione globale. Parliamo insomma di un pezzo grosso, non di una comparsa. Con questa uscita il gruppo OPEC si riduce a 11 membri: Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait, Venezuela, Algeria, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Libia e Nigeria.
Il prezzo del petrolio e gli effetti a breve termine
Guardando alle contrattazioni del petrolio Brent, almeno per ora non si registrano scossoni particolari. L’oro nero viaggiava già su livelli molto alti nella mattina precedente all’annuncio, intorno ai 100 euro al barile, e nelle ore successive si è portato verso i 102 euro al barile. Numeri ancora lontani dai massimi dell’anno, quando si erano sfiorati i 109 euro, ma enormemente distanti dai minimi toccati a 54 euro al barile, ovviamente prima della guerra e prima della chiusura dello stretto di Hormuz.
L’OPEC funziona sostanzialmente come un cartello: i Paesi membri devono rispettare decisioni comuni su quote e livelli di produzione. Uscendo dall’organizzazione, gli Emirati Arabi Uniti si liberano di questi vincoli e possono decidere in autonomia quanto petrolio immettere sul mercato. Detto questo, nell’immediato gli effetti concreti della decisione dovrebbero restare piuttosto limitati. Finché Hormuz rimarrà chiuso, gli EAU, esattamente come Arabia Saudita o Iraq, non solo non possono aumentare la produzione ma devono addirittura ridurla, vista l’impossibilità di esportare normalmente.
Cosa potrebbe succedere quando Hormuz riaprirà
Il discorso cambia, e parecchio, se si guarda al medio e lungo periodo. Quando lo stretto di Hormuz tornerà percorribile, gli Emirati Arabi Uniti potrebbero fare concorrenza diretta ai Paesi ancora dentro l’OPEC. Ed è probabile che lo faranno, altrimenti non avrebbe molto senso uscire da un’organizzazione di cui facevano parte da sei decenni.
