La Commissione Europea ha puntato di nuovo il dito contro Google, e questa volta il terreno di scontro è l’intelligenza artificiale su Android. Secondo Bruxelles, alcune funzionalità fondamentali degli smartphone Android sono cucite su misura per Gemini, l’assistente AI di Google, tagliando fuori qualsiasi concorrente. Non si tratta di una semplice lamentela formale: la Commissione ha già proposto delle modifiche concrete e avviato una consultazione pubblica per raccogliere pareri.
Chi ha buona memoria ricorderà una vicenda simile: qualche anno fa Apple finì sotto pressione europea per aver blindato il chip NFC degli iPhone, riservandolo in esclusiva ad Apple Pay. Alla fine fu costretta ad aprire l’accesso anche a terze parti. Ecco, la dinamica questa volta è praticamente identica, solo che al centro della questione c’è Android e il modo in cui Gemini gode di privilegi che nessun altro assistente può avere.
I tre vantaggi esclusivi di Gemini su Android
La Commissione ha individuato tre aree ben precise in cui Google avrebbe creato un vantaggio strutturale per il proprio assistente, rendendo la vita impossibile ai rivali.
La prima riguarda la pressione prolungata del tasto di navigazione: su Android, quel gesto attiva Gemini, gli passa il contesto di ciò che appare sullo schermo e gli consente di sovrapporre informazioni in tempo reale. Gli sviluppatori di assistenti alternativi non possono accedere a questa funzionalità.
La seconda tocca il rilevamento della wake word sempre attivo. “Hey Google” funziona in background senza problemi, ma altri assistenti non hanno la possibilità di registrare le proprie parole chiave per l’attivazione vocale con le stesse modalità.
La terza, forse la più tecnica ma anche quella con le conseguenze più pesanti, riguarda il permesso AppSearch. Si tratta di un’autorizzazione che consente di accedere ai dati delle app installate sul dispositivo, e viene assegnato esclusivamente all’assistente predefinito. Tradotto: nessun assistente di terze parti può ottenere questo permesso, nemmeno se l’utente lo desidera. Messe insieme, queste tre limitazioni significano che un assistente AI alternativo a Gemini su Android oggi non può ascoltare in background, non riesce a capire cosa sta facendo l’utente e non può accedere ai dati locali delle app. Tre ostacoli che lo rendono inferiore a prescindere dalla bontà della tecnologia che c’è dietro.
La risposta di Google e cosa potrebbe cambiare
Google, com’era prevedibile, non ci sta. Il suo Senior Competition Counsel ha definito l’intervento della Commissione “ingiustificato”, sostenendo che costringerebbe l’azienda ad aprire hardware e permessi sensibili con il rischio di aumentare i costi e compromettere la privacy degli utenti europei. È un copione già visto: ogni volta che l’UE interviene su queste questioni, le grandi aziende tech tirano fuori l’argomento della sicurezza e dei costi. Ma la sostanza del problema rimane.
Vale la pena ricordare che Android è classificato come gatekeeper secondo il Digital Markets Act, il che impone a Google obblighi precisi in termini di interoperabilità. Se la Commissione dovesse portare avanti la procedura fino in fondo, lo scenario che si aprirebbe è piuttosto significativo: assistenti come Alexa o altri servizi di intelligenza artificiale potrebbero finalmente competere alla pari con Gemini su Android, invece di restare relegati a un ruolo marginale sul sistema operativo più diffuso al mondo.
