Il ritmo dei lanci di SpaceX è già impressionante, ma la compagnia fondata da Elon Musk sostiene che tutto questo sia solo l’inizio. L’obiettivo a lungo termine è qualcosa che fa girare la testa: superare i mille lanci all’anno con Starship, il razzo più grande e potente mai costruito. Il problema, però, è piuttosto concreto. Attualmente SpaceX dispone di sole due piattaforme di lancio adatte a Starship nella sua base texana, Starbase. Un numero che, a quei ritmi, diventerebbe ridicolmente insufficiente. Ed è proprio per questo che la compagnia ha iniziato a guardarsi intorno, cercando nuovi siti di lancio non solo negli Stati Uniti, ma potenzialmente anche all’estero.
La notizia è emersa attraverso l’account ufficiale di SpaceX sulla piattaforma X. Dopo che un utente aveva speculato su un possibile acquisto di terreni in Louisiana per ampliare le operazioni di lancio, l’azienda non si è limitata a confermare, ma ha rilanciato: si stanno valutando anche opzioni fuori dai confini statunitensi. Quello che è già noto con certezza è che SpaceX sta modificando tre piattaforme nella zona di Cape Canaveral, in Florida, per renderle compatibili con i lanci di Starship. Cape Canaveral è storicamente il cuore delle operazioni spaziali della NASA, eppure fino ad ora non esisteva un’infrastruttura dedicata al gigantesco razzo di SpaceX. Questa mossa rende evidente quanto sia seria la ricerca di nuovi spazi operativi.
Le complicazioni burocratiche e i Paesi candidati
Acquistare terreni all’estero per lanciare razzi nello spazio, però, non è esattamente come comprare casa al mare. Il governo degli Stati Uniti regola i lanci spaziali sotto il cosiddetto ITAR (Regolamento Internazionale sul Traffico di Armi). Questo significa che qualsiasi azienda americana che voglia operare da suolo straniero deve affrontare una serie di passaggi burocratici piuttosto impegnativi. Il processo diventa più agevole se il Paese ospitante ha già firmato un Accordo di Salvaguardie Tecnologiche con gli Stati Uniti.
Questo tipo di accordo deriva dal Regime di Controllo della Tecnologia Missilistica (MTCR), nato nel 1987 con lo scopo di impedire che la tecnologia missilistica finisse nelle mani sbagliate. Oggi viene utilizzato per garantire che i Paesi coinvolti nei lanci spaziali rispettino determinati standard di sicurezza, sia per le missioni stesse sia per gli interessi americani.
Alcuni Paesi hanno già firmato l’Accordo di Salvaguardie Tecnologiche: tra questi figurano Brasile, Norvegia, Nuova Zelanda, Australia e Regno Unito. Se SpaceX decidesse di lanciare Starship da suolo straniero, queste nazioni rappresenterebbero le opzioni più percorribili. Del resto, esiste già un precedente concreto: l’azienda americana Rocket Lab effettua regolarmente lanci dalla Nuova Zelanda senza alcun tipo di intoppo.
Starship V3 e la strada verso i mille lanci
Prima di parlare di migliaia di lanci annuali, però, bisognerà vedere come evolve Starship stessa. Il dodicesimo volo del razzo, nel quale verrà finalmente testata la versione 3, è programmato per il 19 maggio, ora locale del Texas. Se tutto andrà secondo i piani, SpaceX si avvicinerà concretamente alla Luna con Starship e farà un altro passo avanti verso la normalizzazione dei voli commerciali con questo veicolo. L’invio massiccio di missioni nello spazio, quello dei mille lanci all’anno, resta comunque un traguardo che richiederà ancora molti anni. SpaceX fa bene a muoversi con anticipo e a cercare fin da ora nuove basi di lancio, anche se la necessità reale di utilizzare siti all’estero è ancora piuttosto lontana nel tempo.
